Storia e Diffusione degli Agrumi: dall’Antichità ai Giorni Nostri
Il termine agrume deriva dal latino acrumen che significa acido. Questo termine si riferisce a piante appartenenti al genere Citrus della famiglia delle Rutaceae che producono un frutto a bacca (esperidio) a polpa acida.
Apprezzati in tutto il mondo gli agrumi sono il simbolo della cultura mediterranea, in particolar modo dell’Italia meridionale. Anche se coltivate per il consumo dei frutti gli agrumi hanno e hanno sempre avuto un ruolo decorativo dato anche dalla varietà di forme, profumi e sapori.
La loro grande diffusione è data dalla loro robustezza e dalla facilità di ibridazione che ha permesso di sviluppare molte varietà, alcune anche resistenti a particolari patologie.
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ORIGINE DEGLI AGRUMI
I diversi tipi di agrumi oggi conosciuti derivano da tre frutti: il cedro, il mandarino e il pomelo. L’origine dei tre frutti è quella di un progenitore comune nel sud-est asiatico. Con il trascorrere del tempo queste specie si sono differenziate grazie alla selezione naturale, a mutazioni spontanee, adattandosi all’ambiente e diffondendosi in luoghi più o meno prossimi a quelli d’origine. Successivamente, grazie all’uomo, questi processi si sono accelerati, le piante furono trasportate in nuovi territori lontani, coltivate e incrociate fra di loro, favorendo così la formazione di nuove specie e varietà.
Il cedro ha come luogo d’origine il nord-est dell’India e la Birmania, il pomelo il sud-est della Cina, l’Indocina e la Malesia, infine il mandarino sempre il sud-est della Cina. In queste aree geografiche questi agrumi crescono spontaneamente in forma di alberelli ed arbusti isolati.
…nel bacino del mediterraneo
Sebbene vi siano sempre state relazioni tra Oriente e Occidente anche nei tempi più antichi, i primi rapporti commerciali si stabilirono grazie alle conquiste di Alessandro Magno (356-323 a.C). Le sue campagne militari in Asia Minore, Egitto, Persia fino al confine con l’India permisero ai botanici di conoscere il cedro in Persia (attuali Iran e Iraq), regione in cui la sua coltivazione era abbastanza diffusa.
Alla diffusione della coltivazione del cedro contribuì molto il popolo ebraico, elemento centrale della Festa dei Tabernacoli o delle Capanne, una delle tre feste più importanti della religione ebraica; per questo un frutto molto ricercato e ben pagato.
… in Italia
In Italia gli agrumi sono presenti fin dai tempi dell’antica Roma come testimoniato da reperti famosi, primo fra tutti “La casa del frutteto” a Pompei (I secolo a.C.) dove, nei dipinti sulle pareti, figurano frutti simili ai limoni che ancora oggi si coltivano in quella zona.
Alcuni storici fanno risalire la presenza degli agrumi sulla penisola italica ai Greci, che li avrebbero introdotti nella Magna Grecia durante la dominazione.
La dominazione araba rappresenta sicuramente un’opportunità importante per la conoscenza degli agrumi e per il loro sviluppo nel nostro Paese. Nel periodo della loro massima espansione gli Arabi fecero notevoli passi avanti in tutte le discipline scientifiche e l’agricoltura ebbe un ruolo strategico nell’economia. In questa epoca furono migliorate le vecchie colture attraverso la selezione di varietà più produttive e lo sviluppo delle tecniche agronomiche.
Grazie all’abilità dei giardinieri persiani si abbellirono i giardini dei palazzi con alberi di agrumi che si integravano bene con l’architettura Bizantina, assumendo ben presto un valore decorativo di eccezionale importanza. Questo interesse è documentato da numerosi testi alcuni dei quali riportano molti dettagli sulle varietà conosciute: il cedro, l’arancio amaro, il limone e la lima, oggi nota col termine inglese lime.
I crociati svolsero un ruolo importante nella circolazione degli agrumi in Occidente, tanto che nei secoli XIII e XIV ebbero il periodo di massima diffusione in tutta Italia, nel sud della Francia e della Spagna. In particolare, per quanto riguarda il nostro Paese, si trovano testimonianze di giardini di agrumi in Toscana, Liguria e Lombardia (sul Lago di Garda), oltre che nelle regioni meridionali.
In tutto il Periodo Rinascimentale gli agrumi sono presenti nell’arte e nella letteratura italiana, ma anche nei giardini delle ville nobiliari dove avevano soprattutto scopo decorativo. A quell’epoca, infatti, le arance erano prodotte in Toscana in grande quantità, grazie anche alla famiglia dei Medici ed in particolare a Francesco I che fece moltiplicare le raccolte di agrumi e sviluppò la coltivazione degli agrumi in vaso, tecnica che permetteva di mettere al riparo le piante nei mesi freddi.
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Gli agrumi in Toscana
Quando si parla della storia degli agrumi in Toscana inevitabilmente si pensa ai giardini medicei del rinascimento in cui le spalliere dei melangoli e le conche dei limoni costituivano un elemento decorativo fondamentale.
Già alla fine del XIV secolo due umanisti, Giovanni Boccaccio e Coluccio Salutati, avevano rievocato nelle loro opere minori gli agrumi. La Villa di Castello di Cosimo I nella seconda metà del 1500 vedrà la più vasta collezione di agrumi di tutte le proprietà medicee. All’epoca di Giovanni de’ Medici gli agrumi erano generalmente coltivati in imponenti spalliere, in modo che le superfici murarie dei terrazzamenti trattenessero e rilasciassero il calore.
La testimonianza più spettacolare della coltivazione degli agrumi a spalliera è senza dubbio rappresentata dal giardino che Cosimo II fece costruire nell’ambito dei lavori del Giardino di Boboli, avviati nel 1612. Per volontà di Cosimo II, oltre alla realizzazione di due spalliere, fu costruita la prima grande “stazione per vasi” all’interno del Giardino di Boboli. Si trattava di un ampio stanzone di scarsa qualità architettonica in cui venivano ricoverati i vasi durante l’inverno.
Cosimo III, studioso ed appassionato di botanica, contribuì notevolmente allo sviluppo della cultura degli agrumi nei giardini medicei. Gli abili giardinieri di Cosimo III si cimentarono in incroci e mutazioni per creare varietà sempre più suggestive nel colore e nella forma, spesso con l’intento di dare origine ad esemplari deformi. Era infatti divertimento degli aristocratici dell’epoca procurarsi tutto quanto potesse apparire raro o curioso per inserirlo nelle loro immense collezioni.
Dopo la perdita del potere da parte dei Medici, l’importanza ed il valore della loro prestigiosa collezione di agrumi venne compresa da Pietro Leopoldo di Lorena. A lui si deve la realizzazione di una serie di interventi di restauro e riorganizzazione del Giardino di Boboli, i quali compresero anche la costruzione della nuova grande Limonaia. Ancora oggi possiamo trovare testimonianze tangibili di questo culto degli agrumi in età rinascimentale anche in varie ville lucchesi.
Anche nel territorio più prossimo all’autrice, la Valdinievole, gli agrumi hanno una storia interessante che si incentra in particolar modo su Buggiano Castello.
Il colle di Buggiano è un colle di media altezza, protetto a nord dai rilievi preappenninici in posizione soleggiata, al di sopra della linea delle nebbie, e trova dinanzi a sé il Padule di Fucecchio, formidabile strumento termoregolatore del clima. La presenza di quest’area umida, la più grande palude interna d’Italia, ha permesso lo sviluppo della floricoltura nella Vallata del fiume Pescia ed è all’origine della diffusa presenza di agrumi sulle pendici collinari di tutta la Valdinievole, agrumi che neppure le occasionali gelate hanno soppresso.
Sul colle di Buggiano le case dei contadini erano tutte riunite sotto il castello. In questo contesto non era difficile trovare piccoli orti annessi alle case con lo scopo di contribuire alle immediate esigenze domestiche.
In questi orticelli di Buggiano si coltivava una quantità notevole di melarance ed altri agrumi. Nel 1400 tali coltivazioni erano così frequenti nel castello ed i raccolti talmente abbondanti che i frutti si vendevano anche al mercato settimanale del Borgo. Ciò significa che le piantumazioni e le tecniche di coltivazione erano ormai consolidate da tempo. Sappiamo inoltre, da altre fonti di archivio, che anche nei vicini territori lucchesi gli aranci erano apprezzati e coltivati fin dal secolo precedente.
Queste coltivazioni si sono protratte nel tempo nelle splendide ville della Lucchesia caratterizzate tutte dalla presenza di ampie limonaie dove le piante venivano ricoverate in inverno. Ancora oggi si possono ammirare bellissime limonaie nelle note ville Grabau, Manzi, Torrigiani e Villa Garzoni che apre il suo giardino sul famoso parco di Pinocchio a Collodi.
Il limone è quello che tra gli agrumi si coltiva di più perché, meglio di ogni altro, tollera bene la coltivazione in vaso dove produce il maggior numero di frutti.
È evidente che la presenza di agrumi coltivati in vaso presuppone necessariamente l’opera di un esperto che si presti alla manutenzione e ne guidi lo sviluppo in forme specifiche. Per questo i proprietari delle limonaie chiamarono a governare questa complessa ed affascinante realtà i più abili dei loro contadini: nacque una nuova figura professionale ovvero il contadino-ortolano-giardiniere cui venne affidato questo delicato compito.
Gli agrumi oggi
Attualmente gli agrumi si coltivano in più di un centinaio di paesi con clima tropicale e subtropicale e la produzione è di circa 150 milioni di tonnellate.
La coltivazione è destinata prevalentemente alla produzione di frutti per il consumo fresco. L’ agrume più richiesto è l’arancio seguito da limone, pompelmo e pomelo.
La Cina ha il primato della produzione con circa 40 milioni di tonnellate/anno, seguita da Brasile, India, Messico e USA. Nel bacino del Mediterraneo la spagna è il primo produttore con 7 milioni di tonnellate, a seguire Egitto e poi l’Italia con 3 milioni di tonnellate per 140.000 ettari di superficie. In Italia la produzione si concentra nelle regioni meridionali con la Sicilia che detiene i due terzi della produzione nazionale, seguita dalla Calabria (circa un quarto).
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Articolo scritto da:
Elisabetta Massi
Ringrazio di cuore Pietro Porciani per il suo prezioso contributo alla stesura di questo testo.
Foto di: https://villegiardinimedicei.it/giardino-di-boboli/