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Perché l’agricoltura verticale è sempre più necessaria?

AGRICOLTURA VERTICALE

Sono sempre stata affascinata dalle soluzioni innovative che l’umanità trova per affrontare le sfide del futuro. L’agricoltura verticale mi ha particolarmente colpito: l’idea di coltivare cibo in verticale, all’interno di città sempre più densamente popolate, è un’autentica rivoluzione. L’agricoltura verticale rappresenta una frontiera affascinante, dove la tecnologia si unisce alla biologia per creare sistemi di produzione alimentare più efficienti e sostenibili. Mi sono appassionata a questo tema perché vedo in esso un potenziale enorme per garantire la sicurezza alimentare e ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura tradizionale.

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Perché l’agricoltura verticale è sempre più necessaria?

La crescente popolazione mondiale e l’espansione delle città mettono sempre più pressione sulle risorse agricole tradizionali. I cambiamenti climatici, con eventi meteorologici estremi e la scarsità d’acqua, aggravano ulteriormente la situazione, rendendo l’agricoltura sempre più vulnerabile. Il degrado del suolo, causato dall’uso intensivo e dall’inquinamento, limita ulteriormente la produzione alimentare.

L’agricoltura verticale si presenta come una risposta innovativa a queste sfide. Coltivando piante in strutture a più livelli, si ha una ottimizzazione dello spazio, riducendo il consumo d’acqua e il conseguente impatto sull’ambiente, garantendo al contempo una produzione costante e di alta qualità. Inoltre, la produzione localizzata riduce le emissioni legate al trasporto e garantisce prodotti freschi e genuini.

L’dea di coltivare cibo in verticale, impilando strati di piante su più livelli, potrebbe sembrare un’idea futuristica, ma ha radici profonde nel passato. I giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico, sono un esempio precoce di come l’uomo abbia cercato di sfruttare lo spazio in verticale per coltivare piante.

Le popolazioni asiatiche hanno da sempre coltivato il riso su terrazze ricavate sui pendii delle montagne, creando un sistema agricolo verticale che permetteva di sfruttare al meglio il terreno disponibile.

Principi dell’agricoltura verticale

L’agricoltura verticale, o vertical farming, è un sistema innovativo di coltivazione che sfrutta lo spazio in altezza anziché in larghezza. Questo permette di massimizzare la produzione su superfici relativamente piccole. Immaginiamo un grattacielo dove, invece di uffici, ci sono livelli dedicati alla coltivazione di piante.

Le colture vengono poste in ambienti chiusi, su scaffali o torri all’interno di serre o edifici, dove è possibile controllare attentamente fattori ambientali come temperatura, umidità, luce e nutrienti. Si impiegano tecniche come l’idroponica o l’aeroponica, che prevedono la coltivazione delle piante in acqua o in aria, senza l’utilizzo di suolo. Questo consente di ottimizzare le condizioni di crescita per ogni tipo di pianta, eliminando il rischio di contaminazione da agenti patogeni presenti nel terreno e di coltivare tutto l’anno, indipendentemente dalle stagioni.

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Perché è importante?

L’agricoltura verticale rappresenta una svolta decisiva nel modo in cui produciamo il cibo, offrendo soluzioni concrete alle sfide ambientali e sociali del nostro tempo. Coltivando in verticale, si riduce la pressione sul terreno agricolo, si ottimizza l’uso dell’acqua e si limitano l’uso di sostanze chimiche e le emissioni legate al trasporto. Ciò contribuisce a garantire una produzione alimentare più sostenibile e sicura, anche in condizioni climatiche avverse.

Questa pratica innovativa permette di coltivare cibo direttamente nelle città, avvicinando produttori e consumatori e creando ambienti urbani più verdi. Inoltre, l’agricoltura verticale stimola lo sviluppo tecnologico, generando nuove opportunità di lavoro e promuovendo un’economia più sostenibile.

Come funziona in pratica

Immaginiamo un grattacielo dove ogni piano è un orto rigoglioso. In queste strutture, le piante crescono sotto luci artificiali che creano un giorno perenne. Le radici delle piante sono immerse in soluzioni nutritive, garantendo un apporto costante di nutrienti. Sensori monitorano ogni minimo dettaglio, creando un microclima perfetto per ogni tipo di coltura. Alla fine del ciclo di crescita, le piante vengono raccolte a mano o con l’aiuto di robot, assicurando un prodotto fresco e pronto per essere gustato.

SFIDE E PROSPETTIVE FUTURE

L’attuazione su larga scala dell’agricoltura verticale è rallentata da una serie di fattori interconnessi. I costi elevati di realizzazione e gestione, le limitazioni tecniche legate alla coltivazione di alcune specie e l’assenza di un quadro normativo specifico rappresentano ostacoli significativi. Inoltre, la competizione con un settore agricolo tradizionale ben consolidato rende più difficile l’affermazione di questa nuova modalità di produzione alimentare.

L’agricoltura verticale, pur essendo ancora una realtà emergente, presenta prospettive estremamente promettenti. L’innovazione tecnologica, la crescente attenzione alla sostenibilità e la necessità di produrre cibo in modo più sostenibile nelle aree urbane stanno guidando lo sviluppo di questo settore. Le collaborazioni tra pubblico e privato e la nascita di nuovi modelli di business stanno creando le condizioni per una diffusione sempre più ampia di questa pratica agricola innovativa.

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RIFLESSIONE PERSONALE

L’agricoltura verticale è un modo completamente nuovo di coltivare il cibo. Invece di piantare nei campi, si coltivano le piante in strutture verticali, come grattacieli o container. Personalmente, trovo affascinante l’idea di poter coltivare cibo in città, riducendo le distanze tra produttore e consumatore e diminuendo l’impatto ambientale legato al trasporto. Inoltre, possiamo coltivare tutto l’anno e avere prodotti sempre freschi. Ma non è tutto oro quel che luccica. Ci sono ancora delle sfide da affrontare, come i costi alti per costruire e far funzionare queste strutture, e il bisogno di trovare le piante giuste per crescere in questo ambiente speciale.

Articolo di Elisabetta Massi

Intelligenza Artificiale in Agricoltura

Intelligenza Artificiale in Agricoltura

L’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando numerosi settori, e l’agricoltura non fa eccezione. L’applicazione dell’IA in questo campo promette di aumentare la produttività, ridurre l’impatto ambientale e garantire una maggiore sicurezza alimentare.

Cos’è l’Intelligenza Artificiale?

L’intelligenza Artificiale è la capacità di un sistema di risolvere problemi o svolgere compiti e attività tipici della mente e delle abilità umane.

In altre parole, è un assistente per le nostre aziende agricole. Questo assistente, che in realtà è un computer molto potente, in grado di fare tantissime cose per aiutarci a coltivare meglio.

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Cosa può fare l’intelligenza artificiale in agricoltura?

 

Attraverso immagini satellitari o foto fatte con droni, l’IA può valutare le nostre colture e capire se sono in buona salute o se necessitano ad esempio di acqua o fertilizzante.

Basandosi sui dati raccolti, l’IA può prevedere il meteo, le malattie delle piante e altri eventi importanti, così è possibile non trovarsi impreparati.

Robot e macchine intelligenti possono svolgere molti compiti al posto nostro, come piantare, irrigare e raccogliere, riducendo i costi di produzione, migliorando la qualità dei prodotti e, perché no, anche la qualità di vita dell’operatore.

L’IA ci aiuta per una gestione più oculata di acqua, fertilizzanti e altri prodotti, evitando sprechi e proteggendo l’ambiente.

In sostanza, l’intelligenza artificiale rende l’agricoltura più precisa, efficiente e sostenibile.

Un esempio pratico:

Immaginiamo di avere un vigneto. Grazie all’IA, si può:

  • Controllare lo stato di salute di ogni singola vite, individuando subito se ha qualche problema.
  • Prevedere quando è il momento migliore per raccogliere l’uva, in base alla maturazione e alle previsioni meteo.
  • Calcolare la quantità d’acqua necessaria per ogni filare, evitando sprechi e garantendo una crescita ottimale delle uve.

Serra intelligente: come funziona?

Immaginiamo una serra che si prende cura delle piante da sola. Una serra intelligente è proprio questo: una serra super tecnologica che controlla tutto in modo automatico.

All’interno della serra i sensori misurano la temperatura, l’umidità, la luce e altri fattori importanti per la crescita delle piante. Un cervello elettronico analizza i dati raccolti dai sensori e decide cosa fare. Se la temperatura è troppo alta accenderà automaticamente le ventole; se manca acqua attiverà l’irrigazione.

Le serre intelligenti hanno luci che simulano la luce del sole, vengono accese in caso di assenza di luce o quando ce n’è poca. La soluzione nutritiva che le piante ricevono è completa dei macro e dei microelementi nonché degli eventuali biostimolanti necessari nelle diverse fasi fenologiche della pianta.

Vantaggi per gli agricoltori:

  • Avere la possibilità di poter intervenire in modo mirato, ad esempio dando la giusta quantità d’acqua o fertilizzante.
  • Risparmio per quanto riguarda l’acqua, fertilizzanti e agrofarmaci e quindi più protezione dell’ambiente.
  • Automatizzando il più possibile, agli agricoltori rimane più tempo per dedicarsi ad altre attività.
  • Riuscendo a prevenire malattie e parassiti, si possono ottenere raccolti più abbondanti e di migliore qualità.

Limiti:

  • Costi elevati soprattutto per le piccole aziende agricole.
  • L’IA richiede conoscenze tecniche che non tutti gli agricoltori possiedono.
  • Se si verificassero problemi tecnici, la produzione agricola potrebbe risentirne poiché troppo automatizzata.
  • La raccolta e l’analisi dei dati possono sollevare questioni legate alla privacy.

Conclusioni

L’intelligenza artificiale rappresenta una rivoluzione ed una grande opportunità per l’agricoltura, offrendo strumenti innovativi per affrontare le sfide del futuro, ma è importante valutarne attentamente i vantaggi ed i limiti. L’acquisto e l’utilizzo di tecnologie di Intelligenza Artificiale richiede investimenti significativi, competenze digitali da parte degli agricoltori per utilizzare efficacemente questi strumenti. Inoltre, è necessario garantire una connettività Internet stabile nelle aree rurali per permettere il funzionamento delle tecnologie stesse.  Per favorirne la diffusione sarebbe necessario un impegno congiunto da parte di istituzioni, aziende e agricoltori. Investendo nella formazione e nella ricerca, è possibile costruire un’agricoltura più efficiente, sostenibile e redditizia.

Articolo di Elisabetta Massi

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Crisantemo Reciso: Un Capolavoro di Natura e Coltivazione

Crisantemo Reciso: Un Capolavoro di Natura e Coltivazione

Non tutti sanno che il crisantemo reciso, con cui siamo soliti adornare le tombe dei nostri cari nel periodo della commemorazione dei defunti, è un fiore con una coltivazione lunga e particolare.

Il crisantemo appartiene alla famiglia botanica delle Asteraceae o Composite con più di 1.000 generi e 20.000 specie botaniche. Quello che noi consideriamo un fiore è in realtà un’infiorescenza a capolino ovvero un insieme di centinaia di fiori che si sviluppano in un’infiorescenza composta.

Le tipologie di Crisantemo

A livello commerciale i Crisantemi vengono suddivisi in base alla tipologia di pianta/fiore che verrà prodotta e di conseguenza in base alle diverse pratiche utilizzate al fine di ottenerla. Sotto questo aspetto i Crisantemi sono suddivisi in:

  • Fiore Unico: laddove la produzione punta all’ottenimento di un minor numero di fiori per pianta ma di dimensioni più grandi; attraverso l’eliminazione dei bottoni fiorali indesiderati si ottiene un fiore per stelo.
  • Crisantemina o Spray: mantenendo più bottoni fiorali si ottiene una produzione di molti steli per pianta con un numero maggiore di fiori ma di dimensioni minori rispetto al fiore unico.
  • Santini o Micro: maggior numero di fiori per pianta rispetto agli Spray e di dimensioni minori.
  • Vaso Fiorito: composizioni simil spray allevate in vaso.

All’interno di questi quattro macrogruppi si possono trovare ulteriori suddivisioni in base all’aspetto strutturale del fiore:

  • Dalia: ricorda appunto il fiore della Dahlia, tuberosa perenne appartenente alla famiglia delle Asteraceae; in generale questa tipologia si trova esclusivamente nel gruppo del Fiore Unico ed è caratterizzata dall’avere il fiore di dimensioni notevoli rispetto a tutte le altre tipologie di Crisantemo. L’assortimento varietale consta di un’immensa variabilità di colori.
  • Deco o Decorativo: il fiore molto simile alla tipologia Dalia ma di minore dimensione; può essere presente sia nel Fiore Unico che negli Spray e Vaso Fiorito. Anche in questo caso l’assortimento dei colori è molto vasto.
  • Pompom: tipologia di fiore comunemente molto associata al crisantemo; il fiore generalmente di colore bianco o giallo e di forma sferica ricorda appunto i “Pompom”. Fra le più comuni si ricordano le varietà “Ping Pong” e “Boris Becker”. Sono presenti in tutte le forme di Crisantemo, dai fiori unici ai vasi fioriti.
  • Palla: fiore che ricorda una dalia ma di forma sferica; anche in questo caso le dimensioni del fiore sono maggiori rispetto alle altre tipologie; le varietà più comuni sono di colore bianco e giallo, ma sono presenti anche Crisantemi a palla verde, rosa, arancio e violetto. La varietà più comune è il “Mayshoesmith”.
  • Spider: forma di Crisantemo molto particolare, la composizione strutturale del fiore ricorda appunto la forma di un ragno. È una tipologia di fiore molto ricercata e molto decorativa, che può ricoprire un mercato diverso rispetto a quello esclusivo per il periodo dei Santi.
  • Margherita e Anemone: forme legate alle tipologie Spray e Santini. Il nome di queste tipologie riconduce alla forma del fiore citato; gli pseudo-petali formano la struttura fiorale lasciando al centro il “bottone” che può assumere diverse colorazioni.

La coltivazione del crisantemo reciso

Le talee radicate in cubetti di torba, provenienti da vivai specializzati in propagazione, vengono trapiantate nel mese di giugno su terreno preparato in “porche” e livellato, su cui viene solitamente posta una rete di plastica a maglie ancorata ad ognuna delle due estremità a quattro pali di legno ben piantati a terra.

Le piantine vengono trapiantate in ogni foro della rete disponendole su due file parallele. La rete verrà sollevata a mano a mano che le piante cresceranno per tenerle ben separate ed impedire che si allettino quando avranno raggiunto altezze importanti.

Dopo circa 7-10 giorni, ovvero quando viene superata la crisi da trapianto, le piantine vengono spuntate a 4-

5 cm di altezza per eliminare la dominanza apicale, così da favorire l’emissione di due o tre germogli che porteranno a due-tre steli fiore a fine coltivazione.

Nelle prime fasi di coltivazione, dopo l’attecchimento delle piantine, è necessario somministrare concimi a prevalenza azotata per favorire la crescita vegetativa. Si continua con concime a base di azoto e potassio per una crescita equilibrata, si favorisce la fioritura col fosforo e verso fine ciclo si somministra potassio che servirà a rendere il fiore più bello e di colore più intenso.

La particolarità del crisantemo è il suo essere una pianta brevidiurna ossia ha bisogno di meno ore di luce (10 ore) rispetto al buio (14 ore) per fiorire, per cui la pianta fiorisce quando la notte è più lunga del giorno. La coltivazione alle nostre latitudini avviene in estate per cui è necessario forzare le condizioni ambientali oscurando la coltura stendendo un telo plastico nero sia orizzontalmente che lateralmente, dalle ore 18 alle ore 8 della mattina successiva, da metà agosto circa a metà settembre.

Il crisantemo è una pianta molto sensibile agli attacchi di funghi ed insetti patogeni per cui è indispensabile effettuare trattamenti frequenti con prodotti agrofarmaci. Le malattie fungine a cui bisogna fare particolarmente attenzione sono la verticillosi, la fusariosi, e la ruggine bianca. Tutte e tre particolarmente aggressive per cui vanno prevenute in quanto i sintomi si manifestano quando è veramente difficile risolvere la situazione.

Tra gli insetti in grado di generare danni estetici e fisiologici si ricorda lo “striscino”, larva di una piccola mosca che scava delle gallerie nelle foglie, e il tripide delle serre che, con le sue punture, causa una crescita irregolare, deformazione delle gemme, decolorazioni e striature sui petali dei fiori, oltre a trasmettere pericolosi virus che porterebbero la pianta alla morte. Insidiosi anche gli acari (ragnetto rosso) per le decolorazioni caratteristiche su foglie e fiori e gli afidi (pidocchi) che, oltre a causare ingiallimenti e ritardi di crescita, producono melata favorendo la fumaggine (fungo che si presenta come polverina nerastra sulle foglie) e deprezzando il fiore.

Durante la coltivazione fino alla fase di formazione del bocciolo fiorale si dovranno programmare trattamenti con prodotti regolatori di crescita (nanizzanti) in modo da avere una fioritura uniforme e far sì che la distanza tra le foglie sia ridotta al minimo ed ottenere così una pianta più compatta e robusta.

Come si può notare la coltivazione del crisantemo reciso non è per nulla semplice, richiede investimenti importanti sia per quanto riguarda le piantine sia per i fertilizzanti e i prodotti per la difesa nonché per le cure colturali che richiede. Pertanto, quando acquistiamo un crisantemo, non lamentiamoci per il prezzo troppo alto ma teniamo conto del lavoro immane che c’è dietro questo fiore speciale.

Articolo di Elisabetta Massi

Storia della Vite…e del Vino

Storia della Vite…e del Vino

La famiglia delle Vitaceae, a cui appartiene la vite (Vitis vinifera L.) è presente nel mondo vegetale da 140 milioni di anni, come testimoniano alcuni ritrovamenti fossili del Cretaceo inferiore.

In Europa le prime tracce del genere Vitis risalgono a circa 55 milioni di anni fa, nel sito di Sezannes (Francia), dove impronte di foglie di vite furono rinvenute in strati di tufo, risalenti al Paleocenico. Le zone di vegetazione erano le attuali regioni artiche dell’Europa, dell’America e Asia settentrionali e la Groenlandia, con clima simile a quello tropicale, a quel tempo.

 

La produzione del vino risale ad epoche antichissime ed è probabilmente iniziata, verso la fine del neolitico, in seguito ad una casuale fermentazione di uva di viti spontanee. 

In alcuni insediamenti umani preistorici sono stati rinvenuti cumuli di semi di Vitis silvestris, che potrebbero essere i residui di primitivi processi di vinificazione avvenuti in buche scavate nella terra.

 

In Egitto la vite era coltivata all’inizio del terzo millennio. Esistevano diverse varietà di viti e diversi tipi di vino, che era consumato dai sacerdoti, dagli alti funzionari e dai re.

 

In Grecia la vitivinicoltura aveva raggiunto in epoca omerica una notevole importanza, come si deduce dall’esistenza di numerose varietà di vite e precise pratiche di vendemmia e di vinificazione.

 

In Italia sono stati rinvenuti semi di Vitis silvestris nella zona tra il Po ed i rilevi appenninici risalenti all’età del bronzo. Era la Sicilia la regione dove la produzione di vino risale all’epoca minoica come dimostra il rinvenimento di vasi per uso vinario in una tomba presso Siracusa risalente a 2000 anni a.C. La viticoltura si diffuse intensamente nell’isola, associata ad un’intensa esportazione di vino, tanto da essere denominata Enotria dai coloni greci nell’VIII-VII secolo a.C.

 

Presso gli Etruschi la coltivazione della vite raggiunse un notevole progresso. Il vino fu oggetto per gli Etruschi, come per i Greci, di attiva esportazione sia nei paesi del Mediterraneo che d’oltralpe.

 

I Romani appresero le tecniche vitivinicole fin dall’epoca dei primi re. Nel periodo compreso tra Catone e Plinio il Giovane (61-113 d.C.) la vitivinicoltura raggiunse livelli molto elevati, il vino era consumato nei locali pubblici. L’esportazione era rilevante tanto che il porto di Ostia divenne un vero emporio vinario.

Nell’età imperiale la viticoltura divenne talmente importante da venire praticata in terreni fertili per garantire maggiori produzioni, sia per il mercato interno sia per le esportazioni. Per questo motivo vennero sacrificate altre coltivazioni come quella dei cereali. Ciò indusse Domiziano a vietare nel 92 la costituzione di nuovi vigneti e ad imporre lo spiantamento della metà delle vigne presenti nelle “provinciae” romane. Notevole era il patrimonio varietale suddiviso in vitigni da tavola e da vino.

Il vino era utilizzato in molte ricette della cucina romana. Esistevano anche vini particolari, aromatizzati, ottenuti con l’infusione di varie specie di piante e con l’aggiunta di particolari sostanze.

Nel III-IV secolo d.C., con la crisi dell’impero cominciò anche il declino della viticoltura. L’affidamento del lavoro agli schiavi, la crisi monetaria, le lotte interne, le invasioni barbariche, il disordine politico, l’insicurezza pubblica soprattutto nelle campagne crearono condizioni sfavorevoli all’agricoltura in particolare alla viticoltura. Molti agricoltori estirpavano i vigneti per sfuggire alle forti tasse tanto che, nel IV secolo, l’imperatore Teodosio decise di condannare alla pena di morte chi tagliava le viti.

Verso la fine dell’Impero Romano d’Occidente la superficie viticola aveva subito una notevole diminuzione ed era localizzata intorno alle città ed alle coste laddove gli scambi commerciali erano più fervidi.

Tra il V e il X secolo il contributo al miglioramento del patrimonio vitivinicolo in Europa fu dato dai vescovi, dai monaci, dagli ordini religiosi cristiani e dalla nobiltà laica.

Il vino era consentito nell’alimentazione delle comunità religiose e insieme al pane consacrato divenne indispensabile per la Messa, durante la comunione dei fedeli.

Le proprietà agricole degli ordini religiosi divennero centri di coltivazione della vite e l’ordine dei Benedettini portò la coltivazione della vite fino a latitudini ed altitudini estreme in Europa.

Fino all’Alto Medioevo fu ancora la religione il fattore determinante della viticoltura. Si sviluppò una viticoltura “ecclesiastica” a cui si affiancò ben presto, soprattutto in Francia, una viticoltura “signorile” praticata da principi e feudatari che sentivano la vite e il vino come simboli di prestigio e di alto livello culturale.

La viticoltura si estese in Europa in territori lungo il corso di grandi fiumi navigabili quali il Reno, la Mosella, la Senna che consentivano il trasporto del vino in lunghe distanze e a bassi costi.

Tra la fine del Basso Medioevo e il Rinascimento iniziò lo sviluppo della viticoltura “borghese”. I ceti arricchiti con l’artigianato ed il commercio investirono le loro risorse finanziarie nella viticoltura, che risultava economicamente conveniente; il consumo del vino era aumentato per le aumentate disponibilità di più ampie classi sociali, per l’incremento demografico accentrato soprattutto nelle città.

Nel XVI secolo la coltura della vite venne introdotta anche nel Nuovo Mondo, all’inizio solo con finalità religiose ovvero per la produzione di vino durante la Messa. La vite divenne ben presto importante tanto che, nel 1524, pochi anni dopo lo sbarco sulle coste dello Yucatàn, Cortes decretò, con un’ordinanza per Città del Messico, che in ogni concessione di terreno fosse prevista la piantagione di mille viti. Dal Messico la viticoltura si diffuse rapidamente verso il Sud America ed il vino divenne in breve tempo bevanda comune richiesta soprattutto dai Conquistadores spagnoli.

FLAGELLI DELLA VITE

 

Nella seconda metà dell’Ottocento due gravissime malattie hanno minacciato l’estinzione della Vitis vinifera. La prima fu il “mal bianco” (oidio) osservato nel 1845 in Inghilterra, che dopo pochi anni stava distruggendo tutti i vigneti europei.

 

Quando la viticoltura si stava risollevando dalla crisi causata dal “mal bianco”, risolta con l’impiego dello zolfo, venne colpita da un nuovo flagello, la fillossera, un insetto proveniente dall’America e comparso in Europa nel 1869 che si diffuse rapidamente in molti paesi viticoli. Solo l’utilizzo di portinnesti con “piede americano” si rivelarono resistenti pertanto si riuscì a limitare i danni. 

 

CONSIDERAZIONI FINALI

 

Durante la loro storia millenaria la vite ed il vino hanno esercitato sulla cultura dell’uomo un’influenza rilevante, superiore a quella di altri prodotti agroalimentari. Ciò è da attribuire principalmente ad alcune particolari caratteristiche di questa bevanda.

 

La fermentazione del mosto, per l’uomo primitivo, appariva come un fenomeno misterioso, determinato da forze soprannaturali, alle quali si collegò lo stato di euforia ed ebbrezza causato dal vino. 

Inoltre, il colore del vino, richiamando quello del sangue, indusse l’uomo ad attribuire, già in epoche anteriori alla religione cristiana, valori simbolici atti a stabilire una connessione tra l’uomo e la sfera della trascendenza.

 

I valori simbolici, religiosi e culturali della vite e del vino sono stati espressi in una serie vastissima di raffigurazioni, fin dalle epoche più remote. Si può supporre che siano rari i musei, le chiese, i luoghi archeologici in cui non siano presenti opere d’arte attinenti alla vite ed al vino.

 

Il vino, che ha profonde radici nella nostra cultura, un tempo era componente abituale dell’alimentazione, oggi è sempre più bevanda “d’occasione”. Passando nel tempo dalla damigiana, dal barile e dal fiasco, alle eleganti bottiglie contrassegnate da artistiche etichette, a sofisticate confezioni regalo; dal boccale e dagli anonimi bicchieri sul banco delle osterie, agli artistici bicchieri studiati per esaltare le qualità organolettiche ed i suoi profumi.

 

Il vino, oggi, è divenuto foriero della storia, della cultura e della tradizione del territorio di produzione. I fattori pedoclimatici del territorio e la tecnica colturale influenzano profondamente le sue caratteristiche qualitative come ciò non si verifica per nessun altro prodotto della terra.

Bibliografia

La vite e l’uomo: storia, cultura, scienza (Prolusione) – Prof. Piero Luigi Pisani Barbacciani

Articolo di Elisabetta Massi

Proteggere le Colture di Pomodoro: Strategie per Combattere la Tuta Absoluta

Proteggere le Colture di Pomodoro:

Strategie per Combattere la Tuta absoluta

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Tuta absoluta o fillominatrice del pomodoro

L’importanza della coltivazione del pomodoro in Italia ci porta a considerare un grosso problema da cui bisogna difendere le colture sia di pomodoro che delle solanacee coltivate in serra.

Da oltre un decennio chi coltiva pomodoro in serra si trova a dover fare i conti con un temutissimo insetto che nel giro di pochi giorni è in grado di portare alla rovina interi raccolti.

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Diffusione

Si tratta di Tuta absoluta, un microlepidottero proveniente dal Sud America. Nel 2006 è giunta nel Bacino del Mediterraneo facendosi segnalare prima in Spagna nel 2007 e poi in Algeria, Marocco e Corsica nel 2008.

In Italia le prime segnalazioni ufficiali risalgono al 2009 anno in cui si considera diffusa in più regioni: Calabria, Campania, Sardegna, Liguria e Sicilia.

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Informazioni sul ciclo biologico dell’insetto

È una specie legata prettamente alle solanacee, sia spontanee che coltivate; tra queste ultime sono particolarmente appetite il pomodoro, seguito da melanzana, peperone e patata. L’adulto, di colore grigiastro è lungo meno di un centimetro.

L’ ovideposizione ha luogo sulla parte aerea della pianta, prevalentemente sulla pagina inferiore delle foglie. Ogni femmina depone fino a 250 uova, che impiegano mediamente 5 giorni per schiudere. Le larve penetrano nelle foglie formando mine irregolari e vescicolose. I bruchi possono attaccare anche i frutti della pianta ospite, producendo gallerie e riducendo la capacità fotosintetica della pianta e debilitando l’intero organismo. Quest’ultimo è il danno che ci interessa maggiormente, i frutti possono essere attaccati in ogni stadio di crescita.

La larva impiega 11-20 giorni per completare lo sviluppo. L’incrisalidamento può avvenire sia sul terreno che sulla pianta stessa (all’interno delle mine e sugli organi attaccati), in un bozzolo formato da pochi fili sericei; la durata di questa fase va da 6 a 10 giorni. Nei paesi di origine compie 10-12 generazioni all’anno, nel sud Italia non meno di 7-8 generazioni l’anno. Sverna allo stadio di pupa, larva o anche adulto.

Consigli da tener presente per una valida strategia di controllo

In coltura protetta i danni alle piante di pomodoro sono più ingenti rispetto alla coltivazione in pieno campo per il fatto che in serra si verificano condizioni ambientali che favoriscono il ciclo biologico dell’insetto.

Di seguito qualche consiglio utile per una valida strategia di controllo dell’insetto in serra.

  1. Utilizzando reti antinsetto a maglia molto stretta lungo i laterali si contribuisce a tenere lontani gli adulti di tignola come anche altri insetti parassiti del pomodoro.
  1. È consigliabile posizionare all’interno della serra, subito dopo il trapianto, delle trappole per monitorare la presenza dell’insetto e l’andamento dei voli degli adulti, in modo da valutare la convenienza di interventi con prodotti insetticidi.

È utile l’impiego di trappole per la cattura massale, volte a tenere bassa la popolazione con i feromoni che attirano e catturano gli esemplari maschi di Tuta absoluta.

Anche le trappole cromotropiche di colore nero che vengono poste nella parte bassa delle coltivazioni hanno una buona efficacia di cattura massale.

  1. Esistono diversi prodotti ad azione insetticida registrati su pomodorocontro absoluta.
  • Di seguito i principi attivi ammessi anche in biologico:
  • Spinosad
  • Azadiractina A
  • Sali potassici degli acidi grassi
  • Prodotti a base di Bacillus thuringiensissottospecie kurstaki e aizawai, un batterio sporigeno estremamente selettivo in grado di uccidere le larve di lepidottero quando ingerito e con residualità praticamente nulla quando le raccolte (in genere scalari e ravvicinate) non permettono l’utilizzo di prodotti chimici.

Tra i prodotti di sintesi esistono diverse molecole a comprovata efficacia nei confronti della tignola del pomodoro:

  • Clorantraniliprole – agisce sull’insetto per ingestione                                             
  • Emamectina benzoato – ha attività translaminare sul vegetale, agisce per ingestione sull’insetto
  • Metaflumizone – agisce sull’insetto per ingestione                                                                      
  • Spinetoramagisce sull’insetto per contatto ed ingestione                                                         
  • Tebufenozideagisce sull’insetto per ingestione                            
  • Ciantraniliprole – agisce sull’insetto per ingestione
  • Etofenproxagisce sull’insetto per contatto ed ingestione
  • Deltametrina – agisce sull’insetto per contatto ed ingestione                 

Allo scopo di evitare l’insorgenza di fenomeni di resistenza nei trattamenti è necessario alternare gli insetticidi con differente modalità di azione in modo da evitare che due generazioni successive di T. absoluta possano ricevere prodotti con lo stesso meccanismo di azione. Per una maggior efficacia i trattamenti vanno eseguiti possibilmente nelle ore crepuscolari, quando le temperature non sono troppo elevate e sono minimi gli effetti degradativi dei raggi solari. In queste ore è anche massima l’attività della Tuta absoluta, sia il volo degli adulti sia il movimento extra fogliare delle larve.

  • Antagonisti naturali. Ridotte infestazioni di tignola (fase iniziale del ciclo) possono essere contenute con l’impiego di miridi dei generi Macrolophus e Nesidiocoris, attivi predatori di aleurodidi ma anche di uova e larve appena schiuse di Tuta absoluta.

Al termine della coltivazione di pomodoro è sempre consigliabile rimuovere i residui colturali e bruciarli, nonché provvedere all’eliminazione delle erbe infestanti appartenenti alla famiglia delle solanacee.

Successivamente effettuare un metodo di disinfezione idoneo al fine di eliminare le forme svernanti di Tuta absoluta nel terreno.

La competenza di un tecnico saprà fornire i consigli adeguati per una corretta strategia di intervento.

Articolo di Elisabetta Massi
Immagini credits: http://ephytia.inra.fr/it/D/222

Storia e Diffusione degli Agrumi: dall’Antichità ai Giorni Nostri

Storia e Diffusione degli Agrumi: dall’Antichità ai Giorni Nostri

Il termine agrume deriva dal latino acrumen che significa acido. Questo termine si riferisce a piante appartenenti al genere Citrus della famiglia delle Rutaceae che producono un frutto a bacca (esperidio) a polpa acida.

Apprezzati in tutto il mondo gli agrumi sono il simbolo della cultura mediterranea, in particolar modo dell’Italia meridionale. Anche se coltivate per il consumo dei frutti gli agrumi hanno e hanno sempre avuto un ruolo decorativo dato anche dalla varietà di forme, profumi e sapori.

La loro grande diffusione è data dalla loro robustezza e dalla facilità di ibridazione che ha permesso di sviluppare molte varietà, alcune anche resistenti a particolari patologie.

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ORIGINE DEGLI AGRUMI

I diversi tipi di agrumi oggi conosciuti derivano da tre frutti: il cedro, il mandarino e il pomelo. L’origine dei tre frutti è quella di un progenitore comune nel sud-est asiatico. Con il trascorrere del tempo queste specie si sono differenziate grazie alla selezione naturale, a mutazioni spontanee, adattandosi all’ambiente e diffondendosi in luoghi più o meno prossimi a quelli d’origine. Successivamente, grazie all’uomo, questi processi si sono accelerati, le piante furono trasportate in nuovi territori lontani, coltivate e incrociate fra di loro, favorendo così la formazione di nuove specie e varietà.

Il cedro ha come luogo d’origine il nord-est dell’India e la Birmania, il pomelo il sud-est della Cina, l’Indocina e la Malesia, infine il mandarino sempre il sud-est della Cina. In queste aree geografiche questi agrumi crescono spontaneamente in forma di alberelli ed arbusti isolati.

…nel bacino del mediterraneo

Sebbene vi siano sempre state relazioni tra Oriente e Occidente anche nei tempi più antichi, i primi rapporti commerciali si stabilirono grazie alle conquiste di Alessandro Magno (356-323 a.C). Le sue campagne militari in Asia Minore, Egitto, Persia fino al confine con l’India permisero ai botanici di conoscere il cedro in Persia (attuali Iran e Iraq), regione in cui la sua coltivazione era abbastanza diffusa.

Alla diffusione della coltivazione del cedro contribuì molto il popolo ebraico, elemento centrale della Festa dei Tabernacoli o delle Capanne, una delle tre feste più importanti della religione ebraica; per questo un frutto molto ricercato e ben pagato.

… in Italia

In Italia gli agrumi sono presenti fin dai tempi dell’antica Roma come testimoniato da reperti famosi, primo fra tutti “La casa del frutteto” a Pompei (I secolo a.C.) dove, nei dipinti sulle pareti, figurano frutti simili ai limoni che ancora oggi si coltivano in quella zona.

Alcuni storici fanno risalire la presenza degli agrumi sulla penisola italica ai Greci, che li avrebbero introdotti nella Magna Grecia durante la dominazione.

La dominazione araba rappresenta sicuramente un’opportunità importante per la conoscenza degli agrumi e per il loro sviluppo nel nostro Paese. Nel periodo della loro massima espansione gli Arabi fecero notevoli passi avanti in tutte le discipline scientifiche e l’agricoltura ebbe un ruolo strategico nell’economia. In questa epoca furono migliorate le vecchie colture attraverso la selezione di varietà più produttive e lo sviluppo delle tecniche agronomiche.

Grazie all’abilità dei giardinieri persiani si abbellirono i giardini dei palazzi con alberi di agrumi che si integravano bene con l’architettura Bizantina, assumendo ben presto un valore decorativo di eccezionale importanza. Questo interesse è documentato da numerosi testi alcuni dei quali riportano molti dettagli sulle varietà conosciute: il cedro, l’arancio amaro, il limone e la lima, oggi nota col termine inglese lime.

I crociati svolsero un ruolo importante nella circolazione degli agrumi in Occidente, tanto che nei secoli XIII e XIV ebbero il periodo di massima diffusione in tutta Italia, nel sud della Francia e della Spagna. In particolare, per quanto riguarda il nostro Paese, si trovano testimonianze di giardini di agrumi in Toscana, Liguria e Lombardia (sul Lago di Garda), oltre che nelle regioni meridionali.

In tutto il Periodo Rinascimentale gli agrumi sono presenti nell’arte e nella letteratura italiana, ma anche nei giardini delle ville nobiliari dove avevano soprattutto scopo decorativo. A quell’epoca, infatti, le arance erano prodotte in Toscana in grande quantità, grazie anche alla famiglia dei Medici ed in particolare a Francesco I che fece moltiplicare le raccolte di agrumi e sviluppò la coltivazione degli agrumi in vaso, tecnica che permetteva di mettere al riparo le piante nei mesi freddi.

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Gli agrumi in Toscana

Quando si parla della storia degli agrumi in Toscana inevitabilmente si pensa ai giardini medicei del rinascimento in cui le spalliere dei melangoli e le conche dei limoni costituivano un elemento decorativo fondamentale.

Già alla fine del XIV secolo due umanisti, Giovanni Boccaccio e Coluccio Salutati, avevano rievocato nelle loro opere minori gli agrumi. La Villa di Castello di Cosimo I nella seconda metà del 1500 vedrà la più vasta collezione di agrumi di tutte le proprietà medicee. All’epoca di Giovanni de’ Medici gli agrumi erano generalmente coltivati in imponenti spalliere, in modo che le superfici murarie dei terrazzamenti trattenessero e rilasciassero il calore.

La testimonianza più spettacolare della coltivazione degli agrumi a spalliera è senza dubbio rappresentata dal giardino che Cosimo II fece costruire nell’ambito dei lavori del Giardino di Boboli, avviati nel 1612. Per volontà di Cosimo II, oltre alla realizzazione di due spalliere, fu costruita la prima grande “stazione per vasi” all’interno del Giardino di Boboli. Si trattava di un ampio stanzone di scarsa qualità architettonica in cui venivano ricoverati i vasi durante l’inverno.

Cosimo III, studioso ed appassionato di botanica, contribuì notevolmente allo sviluppo della cultura degli agrumi nei giardini medicei. Gli abili giardinieri di Cosimo III si cimentarono in incroci e mutazioni per creare varietà sempre più suggestive nel colore e nella forma, spesso con l’intento di dare origine ad esemplari deformi. Era infatti divertimento degli aristocratici dell’epoca procurarsi tutto quanto potesse apparire raro o curioso per inserirlo nelle loro immense collezioni.

Dopo la perdita del potere da parte dei Medici, l’importanza ed il valore della loro prestigiosa collezione di agrumi venne compresa da Pietro Leopoldo di Lorena. A lui si deve la realizzazione di una serie di interventi di restauro e riorganizzazione del Giardino di Boboli, i quali compresero anche la costruzione della nuova grande Limonaia. Ancora oggi possiamo trovare testimonianze tangibili di questo culto degli agrumi in età rinascimentale anche in varie ville lucchesi.

Anche nel territorio più prossimo all’autrice, la Valdinievole, gli agrumi hanno una storia interessante che si incentra in particolar modo su Buggiano Castello.

Il colle di Buggiano è un colle di media altezza, protetto a nord dai rilievi preappenninici in posizione soleggiata, al di sopra della linea delle nebbie, e trova dinanzi a sé il Padule di Fucecchio, formidabile strumento termoregolatore del clima. La presenza di quest’area umida, la più grande palude interna d’Italia, ha permesso lo sviluppo della floricoltura nella Vallata del fiume Pescia ed è all’origine della diffusa presenza di agrumi sulle pendici collinari di tutta la Valdinievole, agrumi che neppure le occasionali gelate hanno soppresso.

Sul colle di Buggiano le case dei contadini erano tutte riunite sotto il castello. In questo contesto non era difficile trovare piccoli orti annessi alle case con lo scopo di contribuire alle immediate esigenze domestiche.

In questi orticelli di Buggiano si coltivava una quantità notevole di melarance ed altri agrumi. Nel 1400 tali coltivazioni erano così frequenti nel castello ed i raccolti talmente abbondanti che i frutti si vendevano anche al mercato settimanale del Borgo. Ciò significa che le piantumazioni e le tecniche di coltivazione erano ormai consolidate da tempo. Sappiamo inoltre, da altre fonti di archivio, che anche nei vicini territori lucchesi gli aranci erano apprezzati e coltivati fin dal secolo precedente.

Queste coltivazioni si sono protratte nel tempo nelle splendide ville della Lucchesia caratterizzate tutte dalla presenza di ampie limonaie dove le piante venivano ricoverate in inverno. Ancora oggi si possono ammirare bellissime limonaie nelle note ville Grabau, Manzi, Torrigiani e Villa Garzoni che apre il suo giardino sul famoso parco di Pinocchio a Collodi.

Il limone è quello che tra gli agrumi si coltiva di più perché, meglio di ogni altro, tollera bene la coltivazione in vaso dove produce il maggior numero di frutti.

È evidente che la presenza di agrumi coltivati in vaso presuppone necessariamente l’opera di un esperto che si presti alla manutenzione e ne guidi lo sviluppo in forme specifiche. Per questo i proprietari delle limonaie chiamarono a governare questa complessa ed affascinante realtà i più abili dei loro contadini: nacque una nuova figura professionale ovvero il contadino-ortolano-giardiniere cui venne affidato questo delicato compito.

Gli agrumi oggi

Attualmente gli agrumi si coltivano in più di un centinaio di paesi con clima tropicale e subtropicale e la produzione è di circa 150 milioni di tonnellate.

La coltivazione è destinata prevalentemente alla produzione di frutti per il consumo fresco. L’ agrume più richiesto è l’arancio seguito da limone, pompelmo e pomelo.

La Cina ha il primato della produzione con circa 40 milioni di tonnellate/anno, seguita da Brasile, India, Messico e USA. Nel bacino del Mediterraneo la spagna è il primo produttore con 7 milioni di tonnellate, a seguire Egitto e poi l’Italia con 3 milioni di tonnellate per 140.000 ettari di superficie. In Italia la produzione si concentra nelle regioni meridionali con la Sicilia che detiene i due terzi della produzione nazionale, seguita dalla Calabria (circa un quarto).

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Articolo scritto da:

Elisabetta Massi
Ringrazio di cuore Pietro Porciani per il suo prezioso contributo alla stesura di questo testo.

Foto di: https://villegiardinimedicei.it/giardino-di-boboli/

 

Piante grasse: cosa si intende per piante grasse?

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Piante grasse: cosa si intende per piante grasse?

Per “piante grasse” o più propriamente succulente si intende un’ampia varietà di piante che appartengono a diverse specie botaniche. Nella loro storia evolutiva hanno in comune l’essersi specializzate attraverso un forte adattamento morfologico e fisiologico per sopravvivere in ambienti diversi, frequentemente ostili, spesso aridi.

In botanica il termine “succulente” si riferisce a piante che sono in grado di trattenere i liquidi. Non costituiscono una famiglia ben distinta ma comprendono oltre 20.000 specie appartenenti ad oltre 60 famiglie di piante diverse. I cactus o Cactacee sono una delle famiglie appartenenti alle succulente. Hanno sviluppato degli adattamenti per poter sopravvivere in condizioni ostili. Le foglie si sono trasformate in spine per minimizzare la superficie esposta all’evaporazione e a fornire una difesa contro i predatori. Costituiscono un vero esempio di evoluzione e una peculiarità del regno vegetale rappresentato dal fatto che la fotosintesi clorofilliana avviene nel fusto.

Le piante grasse occupano quasi ogni tipo di habitat terrestre: deserti caldi, deserti freddi, praterie, boschi ombrosi, foreste pluviali e zone alpine. Infatti, nonostante sia vero che le piante grasse necessitano di meno acqua rispetto ad altre specie vegetali e che possiedono un’alta resistenza alle condizioni avverse, sia per quanto riguarda il terreno che il clima, solo alcune di loro provengono realmente da climi desertici in quanto la maggior parte delle specie succulente proviene da altri ambienti, quali ad esempio savane e steppe, ambienti situati ai margini dei deserti veri e propri.

Ambienti caratterizzati da precipitazioni annue più elevate dei veri e propri deserti, luoghi in cui le precipitazioni avvengono con una elevata stagionalità, in un ambiente caratterizzato da temperature elevate e da forte irraggiamento solare e in presenza di scarsa vegetazione arborea.

“Piante grasse” che amano il freddo

Questa è una curiosità che non tutti sanno… Alcune piante grasse sono in grado di sopravvivere a temperature rigide o a brevi gelate. Sono specie sempreverdi che sono in grado di prosperare in condizioni di alta umidità e temperature basse. Tra queste l’aloe e l’agave americana possono vivere al freddo.

Fisiologia delle piante succulente

Si parla di piante che si sono dovute adattare e per far questo hanno trasformato i loro tessuti (foglie, fusto, radici) per poter sopravvivere a lunghi periodi di siccità e per immagazzinare una grande quantità di liquidi da utilizzare quando l’ambiente non è in grado di assicurarne a sufficienza.

I tessuti parenchimatici, in questo caso parenchimatici acquiferi, cioè i tessuti che si trovano al di sotto dei tessuti tegumentali esterni e circondano tutti gli altri tessuti (specialmente meccanici e conduttori) si sono adattati e, nelle piante succulente, sono costituiti da cellule con una cuticola molto spessa, di dimensioni molto grandi, che hanno la capacità, grazie alla presenza nel vacuolo di materiali mucillaginosi allo stato colloidale, di trattenere l’acqua.

Accanto alle trasformazioni dei tessuti le succulente hanno messo in atto un adattamento fotosintetico con il metabolismo CAM (Crassulacean Acid Metabolism) ovvero un sistema che consente alla pianta di svolgere la fotosintesi limitando al massimo le perdite di acqua. Le fasi della fotosintesi sono separate sia spazialmente che temporalmente. Di giorno gli stomi vengono chiusi e aperti duranti la notte per ottimizzare il risparmio idrico.

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Perché le “piante grasse” sono così diffuse?

Le piante grasse incontrano il gusto di tutti e sono da sempre utilizzate come piante da ufficio o comunque da interni grazie alla grande varietà e alla loro resistenza. Alcune sono molto piccole e possono fungere da veri e propri complementi d’arredo.  La cura delle piante grasse è molto semplice, anche per i meno esperti. Inoltre, le piante grasse attirano meno parassiti, proprio a causa della loro minore necessita di irrigazione e poiché le loro foglie, spesse e carnose, sono più difficili da penetrare. Hanno bisogno di poca acqua che prediligono in quantità abbondante poche volte anziché poco e spesso. Le loro foglie sono infatti in grado di trattenere acqua ma non di espellerla quando è troppa.

La coltivazione delle piante grasse

Le piante grasse prediligono un substrato mediamente fertile ma soprattutto leggero e ben drenante, in grado di permettere il rapido sgrondo delle acque in eccesso. In effetti i danni maggiori per le piante grasse sono dovuti ad accumulo di acqua nel substrato.

La nutrizione delle succulente prevede interventi nelle stagioni intermedie con concimi completi NPK nel rapporto 1-0,5-2 con eventuali apporti moderati di calcio.

Avversità delle piante grasse

Insetti

Cocciniglie – I principali nemici delle piante grasse sono le cocciniglie. Si tratta della cocciniglia cotonosa, che si manifesta come ammasso biancastro ceroso e appiccicoso sotto cui si nascondono gli insetti adulti, e la cocciniglia a scudetto, visibile sotto forma di piccole incrostazioni circolari, dure e di colore bianco-grigio o bruno-rossastro. Le piante attaccate dalle cocciniglie subiscono prima decolorazioni e ingiallimenti delle parti verdi per sottrazione di linfa e poi disseccamenti superficiali dei tessuti e generale deperimento. In seguito, ciò può favorire lo sviluppo di melata e di fumaggine. Si sviluppano prevalentemente sulle piante troppo irrigate o in quelle posizionate nei luoghi poco luminosi.

Larve di lepidotteri – Fuoriescono dal substrato in primavera ed inizio autunno intensificando la loro attività trofica di erosione dei tessuti carnosi e teneri. La loro presenza può essere dovuta all’impiego di terricci di scarsa qualità o già utilizzati per altre piante dove l’insetto era presente allo stadio di uova.

Acari o ragnetti – si rinvengono solo su piante succulente dotate di foglie carnose in cui si possono notare delle piccole punteggiature argentate o brune. In caso di forti attacchi le parti verdi subiscono decolorazioni e deformazioni con conseguente deperimento vegetativo, soprattutto su piante giovani.

Malattie fungine

Botrite – Tra le malattie fungine che possono colpire le piante grasse si ricorda la botrite ovvero un processo localizzato di marcescenza con tessuti ricoperti di muffa grigia. La sitomatologia si manifesta in seguito a ferite di varia origine, in presenza di elevati tassi di umidità ambientale. Anche eccessivi apporti di acqua irrigua contribuiscono ad aumentare i sintomi.

Marciumi radicali – I sintomi compaiono nei tessuti di pianta a contatto col substrato che ingialliscono e diventano molli. Successivamente tutta la pianta rammollisce e si affloscia a terra oppure si distacca dal substrato in quanto le radici, ormai degenerate, non garantiscono più un sufficiente ancoraggio.

Articolo di Elisabetta Massi

Difesa dell’Olivo: come proteggere l’oliveto dall’azione dannosa della mosca

La mosca dell’olivo è l’insetto più importante da cui difendersi nel bacino del Mediterraneo, sia in olivicoltura da olio che da tavola, a causa delle perdite qualitative e quantitative che è potenzialmente in grado di causare alla produzione.

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE DELL’INSETTO

La mosca è un dittero tefritide che vive sull’olivo e sull’olivastro. L’adulto, di circa 4-5 mm, ha il capo globoso e giallastro con occhi verde-bluastro, ali trasparenti e iridescenti con una piccola macchia all’apice. L’addome è castano chiaro con macchie più scure. La femmina ha un ovopositore formato dagli ultimi segmenti addominali e terminante con un aculeo. Il maschio ha un addome arrotondato all’estremità. L’uovo è bianco, opaco, fusiforme, lungo circa 0,8 mm. La larva è di forma conica, apoda, bianca che arriva a misurare 6-7 mm a maturità. La pupa è a forma di bariletto, di colore bruno con leggere solcature trasversali e misura circa 4-5 mm. La mosca dell’olivo trascorre l’inverno come pupa nel terreno.

Ciclo biologico

Gli adulti della mosca compaiono in primavera utilizzando le olive rimaste sulle piante dall’anno precedente come substrato riproduttivo e fonte di alimentazione.

La prima generazione che colpisce le nuove olive inizia più o meno dalla fine di maggio alla fine di giugno (in relazione all’andamento climatico e all’areale), in un periodo che generalmente coincide con la fase fenologica dell’indurimento del nocciolo. La coincidenza dell’inizio delle nuove deposizioni con questa fase fenologica non è comunque una regola ferrea poiché si verificano casi in cui le ovideposizioni iniziano in anticipo anche di una decina di giorni.

Ogni femmina depone solitamente un solo uovo in ogni oliva e può arrivare ad infestarne alcune centinaia. Nei periodi di forte presenza dell’insetto non è però raro trovare olive con 7-10 o più punture di ovideposizione. La puntura appare come una macchia triangolare brunastra lunga 1-1,5 mm, che presenta una fessura a mezza luna alla base.

Dall’uovo, dopo qualche giorno di incubazione, esce la larva. Le larve hanno 3 stadi di sviluppo e crescono alimentandosi della polpa dell’oliva formando una galleria che inizialmente è filiforme e superficiale, poi si approfondisce e aumenta di volume. La larva di terza età scava nella drupa una camera a ridosso del nocciolo e realizza una galleria di 1,5-2 mm di diametro verso l’esterno, lasciando però intatto l’ultimo strato di epidermide dell’oliva. La larva di terza età si impupa nella camera e l’adulto sfrutta la galleria scavata dalla larva per uscire. Il numero di giorni necessari per completare il ciclo varia durante l’anno principalmente in funzione della temperatura. In estate può essere considerato di circa 30 giorni, di cui circa 2-5 trascorsi allo stadio di uovo, 10-12 allo stadio larvale e 15-18 allo stadio di pupa. Sotto i 7-8 gradi centigradi si arresta lo sviluppo delle uova, sotto i 10 gradi quello delle larve. Durante l’estate e soprattutto in luglio-agosto, periodi più o meno lunghi caratterizzati da alte temperature (sopra i 30-33°C) e bassi livelli di UR (≤ 60%), possono provocare la morte di quote consistenti di uova e giovani larve.

Le popolazioni di mosca aumentano generalmente in misura molto consistente in settembre-ottobre ovvero nei mesi prossimi alla raccolta, determinando un danno economico sia a causa della cascola tardiva, sia per i processi ossidativi che interessano la parte di oliva con foro di uscita praticato dalla larva per andarsi ad impupare nel terreno o per permettere lo sfarfallamento dell’adulto dopo lo stadio pupale formatosi nella galleria. In questo caso, in particolare per i produttori in regime di “agricoltura biologica”, è fortemente consigliato di avviare la raccolta già a fine settembre-primi di ottobre e di effettuarla il più rapidamente possibile. In questo modo si prova a contrastare le popolazioni autunnali di mosca e di prevenire o limitare le ovideposizioni e il conseguente sviluppo delle larve.

DANNI

I danni causati dalla mosca olearia sono dovuti alle gallerie scavate dalla mosca e sono sia di tipo quantitativo che qualitativo. Il danno quantitativo è dovuto alla sottrazione della polpa (e quindi dell’olio) da parte delle larve della mosca e al fatto che queste olive marciscono e cadono a terra anticipatamente.

Il danno qualitativo è causato dalla presenza di aria e di acqua nella polpa dell’oliva. Ciò favorisce l’ossidazione dell’olio e il conseguente aumento dei perossidi nell’olio e le fermentazioni dovute a batteri e funghi aumentano l’acidità. Le olive così danneggiate hanno la necessità di essere lavorate prima.

DIFESA

Le attuali normative si fanno sempre più stringenti; attualmente rimangono pochi prodotti chimici utilizzabili nella difesa integrata. Ciò richiede una gestione più attenta del monitoraggio della mosca e conseguentemente dei trattamenti.

Per effettuare un efficace controllo dell’insetto cercando di contenere il più possibile i danni è consigliabile tenere in considerazione i seguenti punti:

  • Tenere in considerazione i dati del Bollettino del Servizio Fitosanitario della Regione di interesse che possono essere un valido ausilio per effettuare trattamenti mirati nell’ottica di una difesa sia biologica che integrata.
  • Il monitoraggio della presenza della mosca è utile per valutare i picchi di volo e stabilire il primo trattamento contro gli adulti:
  1. A partire dal mese di maggio posizionare da 1 a 3 trappole cromotropiche o a feromone per ettaro di oliveto;
  2. Effettuare un controllo settimanale verificando la presenza di adulti di mosca sulle trappole;
  3. Monitorare i “voli” fino a settembre.
  • Da integrare al monitoraggio dei voli è il monitoraggio dell’infestazione delle olive:
    1. Campionare 100-200 olive verificando la presenza di uova, larve di prima, seconda e terza età, pupe e fori d’uscita
    2. Effettuare tale controllo settimanalmente a partire da luglio fino alla raccolta.
  • Il grado di infestazione serve a stabilire la soglia di intervento per effettuare i trattamenti:
    1. 1-2% per trattamenti preventivi
    2. 4-10% per trattamenti ovicidi-larvicidi

Da tenere in considerazione che in caso di alte temperature e bassa umidità relativa la mortalità delle uova e delle larve di mosca è elevata. Pertanto, bisognerà mettere in conto meno trattamenti.

IN AGRICOLTURA BIOLOGICA

Nel caso di agricoltura biologica i prodotti utilizzabili sono:

  • Rame (persistenza 20 giorni in assenza di piogge dilavanti) – ha azione repellente nei confronti degli adulti, riduce l’ovideposizione poiché provoca l’indurimento dell’epicarpo e può avere una certa azione insetticida nei confronti delle larve giovani. Da applicare a tutta chioma.
  • Caolino (circa 2-3 settimane in assenza di piogge dilavanti) – ha, come il rame, le stesse caratteristiche di repellenza e anti-ovideposizione nei confronti degli adulti. Ha azione preventiva ma, a differenza del rame, non è un prodotto fitosanitario per cui non ha alcun intervallo di sicurezza.
  • Zeoliti – minerale di origine vulcanica estratto da giacimenti naturali. Agisce come barriera naturale prevenendo l’ovideposizione delle femmine di mosca.
  • Beauveria bassiana – le spore di questo fungo, una volta distribuite sulla superficie dell’oliva, svolgono un’azione di repellenza all’ovideposizione per cui ha un’azione preventiva. È fondamentale effettuare una bagnatura omogenea della chioma.

Su ampie superfici si consiglia l’impiego di:

  • Trappole del tipo “attrai e uccidi” (attract & kill) – Questi dispositivi attraggono gli adulti tramite feromoni e/o una fonte alimentare per poi ucciderli successivamente per ingestione (con esca avvelenata) o per contatto (con la superficie del dispositivo di solito trattata con insetticida).
  • Spinosad + esca – il prodotto è costituito da un’esca alimentare insieme a Spinosad, sostanza derivante da tossine prodotte da un batterio. La miscela va applicata su porzioni di chioma e sul 50% delle piante, alternando le file o le piante trattate.
  • Trappole per cattura massale – sono dispositivi in plastica attivati con un attrattivo alimentare e/o con un feromone e trattati all’interno con un insetticida piretroide. Vengono appese alle piante tramite un gancio. Il coperchio trasparente consente all’operatore di verificare le catture senza mai entrare in contatto con la sostanza insetticida, la quale rimane all’interno della trappola senza disperdersi nell’ambiente.

…E PER LA LOTTA INTEGRATA

Per quanto riguarda i mezzi di controllo in olivicoltura integrata sono ammessi i seguenti principi attivi:

  • Acetamiprid – principio attivo che appartiene al gruppo dei neonicotinoidi. Agisce prevalentemente per ingestione, caratterizzato da attività citotropica-translaminare (penetra nelle drupe) ed elevata sistemia. Sono ammessi due trattamenti all’anno.
  • Flupiradifurone – appartiene alla famiglia chimica dei butenolidi. Agisce per contatto ed ingestione e per la sua attività citotropica esplica un’azione larvicida. È ammesso un solo trattamento all’anno.
  • Deltametrina e Lambdacialotrina – appartengono alla famiglia dei piretroidi ed agiscono per contatto ed ingestione. Sono ammessi come principi attivi presenti nei dispositivi tipo “attract & kill”.

Riassumendo quanto detto si ricorda di attuare un monitoraggio costante delle popolazioni di mosca per adottare misure preventive, tempestive e mirate. È necessario comprendere i cambiamenti climatici e adeguarsi a tali condizioni che possano influenzare l’ecologia e il comportamento della mosca.

L’ultimo accorgimento è quello di affidarsi alle conoscenze ed alle competenze di tecnici agronomi che possono dare validi consigli per proteggere i nostri oliveti, preservando la qualità delle olive e dell’ambiente che ci circonda.

Per maggiori e più dettagliate informazioni si consiglia la consultazione dei Bollettini del Servizio Fitosanitario della regione di interesse che forniscono linee guida con l’obiettivo di orientare olivicoltori e tecnici nella scelta delle misure di difesa nel rispetto della normativa vigente.

Articolo di Elisabetta Massi

Fotografie di Wikipedia.it 

La Mimosa e la storia della Festa della Donna

La Mimosa e la storia della Festa della Donna

In occasione della Festa della Donna, immergiamoci nella storia che ha portato la mimosa ad essere il simbolo intramontabile di questa giornata dedicata tutte le donne del mondo.

Siamo nel 1946, un momento cruciale nella storia delle donne italiane. In un periodo post-bellico, dove le donne cercavano di far sentire la propria voce e ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Durante una manifestazione a Roma,  Rita Montagnana, antifascista che aveva preso parte alle lotte partigiane, e Teresa Mattei, militante comunista, scelsero la mimosa come simbolo della loro lotta.

La mimosa, con i suoi fiori gialli luminosi e profumati, era oltretutto anche un fiore molto economico e rappresentava la speranza e la vitalità in un momento di rinascita e cambiamento.La scelta della mimosa andava oltre il semplice aspetto estetico del fiore. Crescendo rigogliosa in marzo, la mimosa simboleggiava la forza intrinseca delle donne, che non solo sopravvivono ma fioriscono anche nelle circostanze più difficili.

La scelta della data dell’8 marzo è invece varia e controversa, vi sono infatti varie versioni, dall’8 Marzo 1908 in ricordo di un terribile incendio in una fabbrica tessile di New York nel quale morirono molte donne che vi lavoravano, all’ 8 Marzo 1917 dove a  San Pietroburgo, si tenne una manifestazione organizzata dalle donne che rivendicavano la fine della guerra.

Certo è che nel 1977 le Nazioni Unite riconoscono ufficialmente l’8 Marzo come la Giornata Internazionale delle Donne.

Questo giorno si è trasformato nel tempo in un momento di celebrazione, riflessione e azione per promuovere i diritti delle donne in tutto il mondo.

La mimosa, con la sua connessione a questo capitolo significativo della storia femminile, continua a essere un simbolo tangibile di progresso e impegno per un futuro più equo.

La mimosa, con il suo nome botanico acacia dealbata, è un fiore dal fascino unico che incanta i nostri sensi. Originaria dell’Australia, questa pianta è stata introdotta in Europa nel 19° secolo e ha rapidamente conquistato il cuore di molte culture, diventando un simbolo di gioia e vitalità.

La mimosa è spesso regalata insieme alle classiche rose rosse. Mentre le rose simboleggiano l’amore romantico, la mimosa aggiunge uno strato di apprezzamento e rispetto alle donne. L’unione di queste due meraviglie floreali diventa un gesto carico di significato, esprimendo affetto, ammirazione e riconoscimento per la forza e la bellezza delle donne.

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Cosa si intende per resistenza agli agrofarmaci?

AGROFARMACI: GESTIONE DELLE RESISTENZE

I prodotti fitosanitari, noti anche con il termine di “agrofarmaci”, “fitofarmaci”, “antiparassitari” o “pesticidi”, sono utilizzati per il controllo di qualsiasi organismo nocivo per le piante coltivate (insetti, acari, funghi, batteri, roditori, ecc.), oltre che per l’eliminazione delle erbe infestanti e la regolazione dei processi fisiologici dei vegetali. Dai prodotti fitosanitari sono comunque esclusi i fertilizzanti, ovvero i prodotti utilizzati per la nutrizione delle specie vegetali coltivate e per il miglioramento della fertilità del terreno.

Dagli ultimi regolamenti europei riguardanti la revisione dei prodotti fitosanitari si evince che la tendenza è quella che porterà alla riduzione del numero delle sostanze attive ammesse e inevitabilmente ciò porta all’attualità il tema delle resistenze agli agrofarmaci.

COSA SI INTENDE PER RESISTENZA AGLI AGROFARMACI? 

Con il termine resistenza si intende una riduzione della sensibilità di un organismo (patogeno o fitofago) nei confronti di una sostanza attiva che può venire ereditata dalla progenie, compromettendone l’efficacia. La prevenzione dello sviluppo della resistenza alle sostanze attive è pertanto un aspetto importante da tenere in considerazione nell’impostazione delle strategie di difesa e diserbo, per cui diventa necessario conoscere i meccanismi chimici attraverso i quali agiscono i prodotti agrofarmaci.

COME SI PUò SVILUPPARE LA RESISTENZA AGLI AGROFARMARCI?

Con l’acronimo MoA (Mode of Action – Modalità d’azione) viene identificata la modalità di azione di una sostanza attiva nei confronti degli organismi bersaglio. Sostanze attive aventi la stessa modalità d’azione, usate ripetutamente sulla stessa coltura, su uno stesso appezzamento di terreno o nella medesima zona, possono portare all’insorgere di resistenza da parte dell’avversità da controllare. L’impiego ripetuto della stessa sostanza attiva, infatti, esercita una pressione favorevole nei riguardi degli individui resistenti avvantaggiandoli rispetto a quelli sensibili.

QUALI ACCORGIMENTI SONO NECESSARI PER EVITARE L’INSORGERE DI RESISTENZA?

Per evitare l’insorgere delle resistenze è necessario gestire l’impiego dei prodotti fitosanitari con appropriate strategie di difesa che mantengano inalterata anche in futuro l’efficacia delle diverse sostanze attive. Infatti, la buona pratica agricola impone di alternare, nell’arco del ciclo colturale, sulla medesima avversità, agrofarmaci aventi modalità di azione diversa.

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RESISTENZA VERSO I FUNGHI PATOGENI

I funghi fitopatogeni hanno messo in atto meccanismi metabolici per arginare l’azione tossica delle molecole chimiche. Alcuni funghi patogeni sono in grado di alterare bio-chimicamente il sito recettore della molecola chimica in modo da non renderlo più compatibile con la molecola fungicida, altri sviluppano un percorso metabolico alternativo, altri ancora riescono a disattivare la molecola chimica stessa.

In base al meccanismo di azione dei fungicidi è possibile distinguere:

  • fungicidi monosito: con meccanismo di azione specifico ovvero il principio attivo attacca il fungo parassita in un solo punto; sono considerati a medio-alto rischio resistenza (p.a. azoxystrobin, pyraclostrobin, difenoconazolo, penconazolo, tetraconazolo);
  • fungicidi multisito: attivi su più siti della cellula fungina ovvero l’attacco del fungo avviene in punti diversi; sono considerati a basso rischio resistenza (p.a. rame, zolfo, metiram).

La comparsa della resistenza si evidenzia con la mancanza totale o parziale di attività fungicida che porta l’agricoltore ad aumentare sempre di più le dosi di applicazione e i numeri di trattamenti al fine di contenere i danni della malattia entro limiti accettabili.

La classificazione dei fungicidi si basa sull’attribuzione di codici FRAC a gruppi di principi attivi che si differenziano in base all’azione metabolica del fungo su cui essi agiscono ed è consultabile sul sito FRAC (www.frac.info).

A titolo esemplificativo nella tabella sottostante si riportano alcuni principi attivi con loro codice FRAC e relativo meccanismo di azione.

CODICE FRAC MECCANISMO D’AZIONE (MoA) Esempio p.a.
4 METABOLISMO DEGLI ACIDI NUCLEICI metalaxil
8 METABOLISMO DEGLI ACIDI NUCLEICI bupirimate
22 CITOSCHELETRO E PROTEINE MOTRICI zoxamide
43 CITOSCHELETRO E PROTEINE MOTRICI fluopicolide
50 CITOSCHELETRO E PROTEINE MOTRICI metrafenone
7 RESPIRAZIONE flutolanil/boscalid/fluopyram
11 RESPIRAZIONE pyraclostrobin/azoxystrobin
11 RESPIRAZIONE kresoxim-methyl/trifloxystrobin
45 RESPIRAZIONE ametocradina
9 AMINOACIDI E SINTESI PROTEICA ciprodinil/pirimetanil/

mepanipirim

12 TRASDUZIONE DI SEGNALE fludioxonil
14 SINTESI DEI LIPIDI O TRASPORTO/INTEGRITA’ DI MEMBRANA O DI FUNZIONE tolcoflos-metile
28 SINTESI DEI LIPIDI O TRASPORTO/INTEGRITA’ DI MEMBRANA O DI FUNZIONE propamocarb
3 BIOSINTESI DI STEROLO NELLE MEMBRANE (Fung. DMI – IBE classe I) difenoconazolo/

penconazolo

3 BIOSINTESI DI STEROLO NELLE MEMBRANE (Fung. DMI – IBE classe I) tetraconazolo/triticonazolo
40 BIOSINTSI DELLA PARETE CELLULARE mandipropamid
27 MECCANISMO DI AZIONE SCONOSCIUTO cymoxanil
M01 PRODOTTI CHIMICI CON AZIONE MULTISITO rame
M02 PRODOTTI CHIMICI CON AZIONE MULTISITO zolfo
M03 PRODOTTI CHIMICI CON AZIONE MULTISITO metiram
M04 PRODOTTI CHIMICI CON AZIONE MULTISITO folpet/captano
M09 PRODOTTI CHIMICI CON AZIONE MULTISITO ditianon
NC NON CLASSIFICATO oli minerali/oli inorganici
NC NON CLASSIFICATO sali inorganici/bic. di potassio
NC NON CLASSIFICATO materiale di origine biologica
P 01 INDUZIONE DELLE DIFESE NELLA PIANTA OSPITE acibenzolar-S-metile
P 04 INDUZIONE DELLE DIFESE NELLA PIANTA OSPITE laminarina
P 07 INDUZIONE DELLE DIFESE NELLA PIANTA OSPITE fosetil-Al/acido fosforoso
BM 01 PRODOTTI BIOLOGICI CON PIU’ MODALITA’ DI AZIONE eugenolo, geraniolo, timolo
BM 02 PRODOTTI BIOLOGICI CON PIU’ MODALITA’ DI AZIONE Bacillus spp, Coniothyrium spp
BM 02 PRODOTTI BIOLOGICI CON PIU’ MODALITA’ DI AZIONE Pseudomonas spp, Saccharomyces spp
BM 02 PRODOTTI BIOLOGICI CON PIU’ MODALITA’ DI AZIONE Streptomyces spp, Trichoderma spp

RESISTENZA VERSO GLI INSETTI PATOGENI

Per quanto riguarda gli insetti l’instaurarsi di fenomeni di resistenza agli insetticidi dipende dalle caratteristiche della specie dannosa considerata (velocità di sviluppo e numero di generazioni annuali) e al suo ruolo nella coltura considerata, che può implicare ripetuti interventi di difesa. Anche le caratteristiche del prodotto utilizzato come persistenza e numero di applicazioni sono importanti da considerare.

La banca dati dell’IRAC che raggruppa le sostanze attive ad azione insetticida in base alla loro modalità di azione (MoA) è consultabile sul sito IRAC (www.irac-online.org).

CONSIGLI UTILI SULLE MISCELE DI INSETTICIDI

Le miscele di insetticidi (nel serbatoio o in miscela pre-formulata) sono usate per diversi scopi. Se usate in un programma di rotazione dei prodotti, le miscele possono fornire un valido ausilio nel controllo delle resistenze.

Le seguenti considerazioni sono importanti nella gestione delle resistenze in caso di miscele di insetticidi:

  • Le miscele insetticide dovrebbero contenere principi attivi con diverso meccanismo di azione (codici IRAC diversi).
  • Evitare l’utilizzo in miscela di principi attivi aventi nomi diversi ma stesso meccanismo di azione e quindi stesso codice IRAC.
  • Nel caso di miscele di diversi prodotti insieme nello stesso serbatoio seguire le istruzioni di etichetta di ogni componente.
  • I singoli prodotti insetticidi scelti per la miscela devono essere efficaci nei confronti dello specifico stadio di sviluppo dell’insetto da trattare.

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A titolo esemplificativo nella tabella sottostante si riportano alcuni principi attivi con loro codice IRAC e relativo meccanismo di azione.

CODICE IRAC MECCANISMO D’AZIONE (MoA) Esempio p.a.
1 INIBITORI DELL’ACETILCOLINESTERASI (AChE) pirimicarb
1 INIBITORI DELL’ACETILCOLINESTERASI (AChE) fosmet
3 MODULATORI DEL CANALE DEL SODIO cipermetrina, deltametrina, esfenvalerate
3 MODULATORI DEL CANALE DEL SODIO etofenprox, lambda-cialotrina, tau-fluvalinate
3 MODULATORI DEL CANALE DEL SODIO teflutrin, piretrine (piretro)
4 ACETILCOLINA MIMETICI, AGONISTI DEL RECETTORE NICOTINICO DELL’ACETILCOLINA acetamiprid
4 ACETILCOLINA MIMETICI, AGONISTI DEL RECETTORE NICOTINICO DELL’ACETILCOLINA sulfoxaflor
4 ACETILCOLINA MIMETICI, AGONISTI DEL RECETTORE NICOTINICO DELL’ACETILCOLINA flupyradifurone
5 ATTIVATORI ALLOSTERICI DEL RECETTORE NICOTINICO DELL’ACETILCOLINA spinosad, spinetoram
6 ATTIVATORI DEL CANALE DEL CLORO abamectina, emamectina benzoato, milbemectina
7 ANALOGO DELL’ORMONE GIOVANILE piriproxifen
10 INIBITORE DELLA CRESCITA DEGLI ACARI clofentezine, exitiazox
10 INIBITORE DELLA CRESCITA DEGLI ACARI etoxazole
11 INTERFERENTE MICROBICO DELLE MEMBRANE DELL’INTESTINO MEDIO Bacillus thuringiensis subsp. aizawai
11 INTERFERENTE MICROBICO DELLE MEMBRANE DELL’INTESTINO MEDIO Bacillus thuringiensis subsp. Kurstaki
16 INIBITORI DELLA BIOSINTESI DELLA CHITINA buprofezin
18 ANALOGHI DELL’ORMONE DELLA MUTA DELL’ECDISONE metossifenozide, tebufenozide
20 INIBITORI DEL COMPLESSO III MITOCONTRIALE acequinocil
20 INIBITORI DEL COMPLESSO III MITOCONTRIALE bifenazate
21 INIBITORI DEL COMPLESSO I MITOCONTRIALE fenazaquin, fenpiroximate, pyridaben
22 BLOCCO DEI CANALI DEL SODIO metaflumizone
23 INIBITORE DELL’ACETILCOENZIMA CARBOSSILASI spiromesifen, spirotetramat
25 REGOLATORE DELLA CRESCITA cyflumetofen
28 MODULATORE AGONISTA DEI RECETTORI RIANODINICI cyantraniliprole, clorantraniliprole
29 MODULATORE DI ORGANI CORDOTONALI flonicamid
UN COMPOSTI CON SITO DI AZIONE NON-CONOSCIUTO O INCERTO azadiractina
UN COMPOSTI CON SITO DI AZIONE NON-CONOSCIUTO O INCERTO zolfo
UNM DISGREGATORI MECCANICI E FISICI NON SPECIFICI Olio minerale
UNF AGENTI FUNGINI CON SITO DI AZIONE NON-CONOSCIUTO O INCERTO Beauveria bassiana, Paecylomices fumosoroseus

RESISTENZA AGLI ERBICIDI

Tra le specie infestanti vi è un numero limitato di piante che naturalmente riescono a sopravvivere nonostante il trattamento erbicida. L’uso ripetuto sullo stesso terreno di uno stesso erbicida o di principi attivi diversi aventi lo stesso meccanismo di azione porta all’eliminazione delle piante sensibili mantenendo quelle resistenti che tendono a moltiplicarsi selezionando popolazioni resistenti.

Le malerbe acquisiscono resistenza agli erbicidi attraverso due meccanismi:

  • modificazioni del sito d’azione attraverso mutazioni del gene che codifica per il sito bersaglio dell’erbicida. Questo meccanismo è favorito dall’utilizzo di alte dosi di erbicida.
  • Alcune piante riescono a detossificare il principio attivo in sostanze non dannose (resistenza metabolica)

Al fine di facilitare la scelta degli erbicidi per la gestione delle resistenze, il comitato di azione sulla resistenza degli erbicidi HRAC ha codificato ciascun meccanismo di azione con una lettera dell’alfabeto (A, B, C ecc.); nel caso in cui l’erbicida agisca in siti diversi è stato aggiunto anche un numero per ogni sottogruppo (C1, C2 ecc.). Quindi, per impostare un corretto piano di diserbo, basterà alternare o miscelare gli erbicidi contrassegnati da lettere diverse.

A titolo esemplificativo nella tabella sottostante si riportano alcuni principi attivi con loro codice HRAC e relativo meccanismo di azione.

GRUPPO MECCANISMO DI AZIONE (MoA) Esempio p.a.
A Inibitori Acetil-CoA Carbossilasi (ACCasi) propaquizafop, cletodim, fenoxaprop-p-etile
A Inibitori Acetil-CoA Carbossilasi (ACCasi) fluazifop-p-butile, quizalofop-p-etile puro
B Inibitori Acetolattaso sintasi (ALS) imazamox
C1 Inibizione fotosintesi a livello del fotosistema II – Serine 264 fenmedifam, lenacil, metribuzin
C3 Inibizione fotosintesi a livello fotosistema II – Istidine 215 piridate, bentazone
E Inibizione enzima protoporfirinogeno ossidasi (PPO) oxyfluorfen, pyraflufen-etile
F3 Inibizione biosintesi dei carotenoidi clomazone
G Inibitori dell’enzima EPSP sintetasi glifosate
K1 Inibizione dell’assemblaggio dei microtubuli pendimetalin, propizamide
K3 Inibizione della divisione cellulare metazaclor
L Inibizione della sintesi parete cellulare (cellulosa) isoxaben
O Azione simile all’acido indolacetico (auxine sintetiche) 2,4-D, MCPA, clopiralid, fluroxipir
O Azione simile all’acido indolacetico (auxine sintetiche) triclopir, dicamba
NC Meccanismo sconosciuto acido pelargonico

Il panorama fitosanitario nel breve periodo sarà rappresentato da pochi prodotti agrofarmaci ovvero pochi principi attivi che rimarranno e che dovranno essere preservati, pertanto, dovremmo averne particolarmente cura con un utilizzo razionale possibilmente integrandoli a prodotti alternativi, biostimolanti, corroboranti o ad altri a basso impatto ambientale affinché si riduca l’effetto residuale sui prodotti commestibili e l’impatto chimico sull’ambiente agricolo.

Per maggiori informazioni può essere utile la consultazione dei seguenti siti:

Articolo di Elisabetta Massi