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Autore: Federico Woola

Successi e Solidarietà all’11° Rundagiata: Fiori di Flora Toscana per i Vincitori

11° Rundagiata: vincono Marco Guerrucci, Ioana Lucaci e i memorial

Alla loro undicesima edizione, i RUN. DAGI hanno confermato il successo della Rundagiata, una gara che da dieci anni si distingue per l’organizzazione impeccabile, la bellezza del territorio e l’attenzione ai dettagli. Quest’anno, a causa di un allerta meteo, la gara è stata posticipata dal 8 al 15 settembre, finendo per sovrapporsi ad altre manifestazioni, ma nonostante ciò, circa 250 tra camminatori e corridori hanno preso il via da Borgo a Buggiano.

Il percorso ha attraversato i suggestivi borghi del comune di Buggiano, toccando luoghi come Acquavivola, Buggiano Castello, e Stignano. A vincere la competizione maschile è stato Marco Guerrucci del GS Orecchiella, mentre tra le donne ha trionfato Ioana Lucaci della Polisportiva Azzano.

Oltre ai vincitori principali, sono stati assegnati tre memorial: il Memorial Dani Baroni è andato a Marta Silvestri, giovane atleta della Firenze Marathon; il Memorial Silvia Tamarri è stato vinto dalla veterana Damiana Lupi dell’Atletica Vinci, e il Memorial Silvano Cinelli da Federico Badiani della Montecatini Marathon.

I fiori per le donne sul podio sono stati gentilmente donati da noi di Flora Toscana, contribuendo a rendere l’evento ancora più speciale.

Fonte Guido Barlocco di Quello che c’è

Flora Toscana e BStore insieme

NOVITA’

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Dal 23 Settembre 2024 sarà possibile rifornirsi dall’ampio assortimento di fiori e fronde recise anche a Viareggio!

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Storia della Vite…e del Vino

Storia della Vite…e del Vino

La famiglia delle Vitaceae, a cui appartiene la vite (Vitis vinifera L.) è presente nel mondo vegetale da 140 milioni di anni, come testimoniano alcuni ritrovamenti fossili del Cretaceo inferiore.

In Europa le prime tracce del genere Vitis risalgono a circa 55 milioni di anni fa, nel sito di Sezannes (Francia), dove impronte di foglie di vite furono rinvenute in strati di tufo, risalenti al Paleocenico. Le zone di vegetazione erano le attuali regioni artiche dell’Europa, dell’America e Asia settentrionali e la Groenlandia, con clima simile a quello tropicale, a quel tempo.

 

La produzione del vino risale ad epoche antichissime ed è probabilmente iniziata, verso la fine del neolitico, in seguito ad una casuale fermentazione di uva di viti spontanee. 

In alcuni insediamenti umani preistorici sono stati rinvenuti cumuli di semi di Vitis silvestris, che potrebbero essere i residui di primitivi processi di vinificazione avvenuti in buche scavate nella terra.

 

In Egitto la vite era coltivata all’inizio del terzo millennio. Esistevano diverse varietà di viti e diversi tipi di vino, che era consumato dai sacerdoti, dagli alti funzionari e dai re.

 

In Grecia la vitivinicoltura aveva raggiunto in epoca omerica una notevole importanza, come si deduce dall’esistenza di numerose varietà di vite e precise pratiche di vendemmia e di vinificazione.

 

In Italia sono stati rinvenuti semi di Vitis silvestris nella zona tra il Po ed i rilevi appenninici risalenti all’età del bronzo. Era la Sicilia la regione dove la produzione di vino risale all’epoca minoica come dimostra il rinvenimento di vasi per uso vinario in una tomba presso Siracusa risalente a 2000 anni a.C. La viticoltura si diffuse intensamente nell’isola, associata ad un’intensa esportazione di vino, tanto da essere denominata Enotria dai coloni greci nell’VIII-VII secolo a.C.

 

Presso gli Etruschi la coltivazione della vite raggiunse un notevole progresso. Il vino fu oggetto per gli Etruschi, come per i Greci, di attiva esportazione sia nei paesi del Mediterraneo che d’oltralpe.

 

I Romani appresero le tecniche vitivinicole fin dall’epoca dei primi re. Nel periodo compreso tra Catone e Plinio il Giovane (61-113 d.C.) la vitivinicoltura raggiunse livelli molto elevati, il vino era consumato nei locali pubblici. L’esportazione era rilevante tanto che il porto di Ostia divenne un vero emporio vinario.

Nell’età imperiale la viticoltura divenne talmente importante da venire praticata in terreni fertili per garantire maggiori produzioni, sia per il mercato interno sia per le esportazioni. Per questo motivo vennero sacrificate altre coltivazioni come quella dei cereali. Ciò indusse Domiziano a vietare nel 92 la costituzione di nuovi vigneti e ad imporre lo spiantamento della metà delle vigne presenti nelle “provinciae” romane. Notevole era il patrimonio varietale suddiviso in vitigni da tavola e da vino.

Il vino era utilizzato in molte ricette della cucina romana. Esistevano anche vini particolari, aromatizzati, ottenuti con l’infusione di varie specie di piante e con l’aggiunta di particolari sostanze.

Nel III-IV secolo d.C., con la crisi dell’impero cominciò anche il declino della viticoltura. L’affidamento del lavoro agli schiavi, la crisi monetaria, le lotte interne, le invasioni barbariche, il disordine politico, l’insicurezza pubblica soprattutto nelle campagne crearono condizioni sfavorevoli all’agricoltura in particolare alla viticoltura. Molti agricoltori estirpavano i vigneti per sfuggire alle forti tasse tanto che, nel IV secolo, l’imperatore Teodosio decise di condannare alla pena di morte chi tagliava le viti.

Verso la fine dell’Impero Romano d’Occidente la superficie viticola aveva subito una notevole diminuzione ed era localizzata intorno alle città ed alle coste laddove gli scambi commerciali erano più fervidi.

Tra il V e il X secolo il contributo al miglioramento del patrimonio vitivinicolo in Europa fu dato dai vescovi, dai monaci, dagli ordini religiosi cristiani e dalla nobiltà laica.

Il vino era consentito nell’alimentazione delle comunità religiose e insieme al pane consacrato divenne indispensabile per la Messa, durante la comunione dei fedeli.

Le proprietà agricole degli ordini religiosi divennero centri di coltivazione della vite e l’ordine dei Benedettini portò la coltivazione della vite fino a latitudini ed altitudini estreme in Europa.

Fino all’Alto Medioevo fu ancora la religione il fattore determinante della viticoltura. Si sviluppò una viticoltura “ecclesiastica” a cui si affiancò ben presto, soprattutto in Francia, una viticoltura “signorile” praticata da principi e feudatari che sentivano la vite e il vino come simboli di prestigio e di alto livello culturale.

La viticoltura si estese in Europa in territori lungo il corso di grandi fiumi navigabili quali il Reno, la Mosella, la Senna che consentivano il trasporto del vino in lunghe distanze e a bassi costi.

Tra la fine del Basso Medioevo e il Rinascimento iniziò lo sviluppo della viticoltura “borghese”. I ceti arricchiti con l’artigianato ed il commercio investirono le loro risorse finanziarie nella viticoltura, che risultava economicamente conveniente; il consumo del vino era aumentato per le aumentate disponibilità di più ampie classi sociali, per l’incremento demografico accentrato soprattutto nelle città.

Nel XVI secolo la coltura della vite venne introdotta anche nel Nuovo Mondo, all’inizio solo con finalità religiose ovvero per la produzione di vino durante la Messa. La vite divenne ben presto importante tanto che, nel 1524, pochi anni dopo lo sbarco sulle coste dello Yucatàn, Cortes decretò, con un’ordinanza per Città del Messico, che in ogni concessione di terreno fosse prevista la piantagione di mille viti. Dal Messico la viticoltura si diffuse rapidamente verso il Sud America ed il vino divenne in breve tempo bevanda comune richiesta soprattutto dai Conquistadores spagnoli.

FLAGELLI DELLA VITE

 

Nella seconda metà dell’Ottocento due gravissime malattie hanno minacciato l’estinzione della Vitis vinifera. La prima fu il “mal bianco” (oidio) osservato nel 1845 in Inghilterra, che dopo pochi anni stava distruggendo tutti i vigneti europei.

 

Quando la viticoltura si stava risollevando dalla crisi causata dal “mal bianco”, risolta con l’impiego dello zolfo, venne colpita da un nuovo flagello, la fillossera, un insetto proveniente dall’America e comparso in Europa nel 1869 che si diffuse rapidamente in molti paesi viticoli. Solo l’utilizzo di portinnesti con “piede americano” si rivelarono resistenti pertanto si riuscì a limitare i danni. 

 

CONSIDERAZIONI FINALI

 

Durante la loro storia millenaria la vite ed il vino hanno esercitato sulla cultura dell’uomo un’influenza rilevante, superiore a quella di altri prodotti agroalimentari. Ciò è da attribuire principalmente ad alcune particolari caratteristiche di questa bevanda.

 

La fermentazione del mosto, per l’uomo primitivo, appariva come un fenomeno misterioso, determinato da forze soprannaturali, alle quali si collegò lo stato di euforia ed ebbrezza causato dal vino. 

Inoltre, il colore del vino, richiamando quello del sangue, indusse l’uomo ad attribuire, già in epoche anteriori alla religione cristiana, valori simbolici atti a stabilire una connessione tra l’uomo e la sfera della trascendenza.

 

I valori simbolici, religiosi e culturali della vite e del vino sono stati espressi in una serie vastissima di raffigurazioni, fin dalle epoche più remote. Si può supporre che siano rari i musei, le chiese, i luoghi archeologici in cui non siano presenti opere d’arte attinenti alla vite ed al vino.

 

Il vino, che ha profonde radici nella nostra cultura, un tempo era componente abituale dell’alimentazione, oggi è sempre più bevanda “d’occasione”. Passando nel tempo dalla damigiana, dal barile e dal fiasco, alle eleganti bottiglie contrassegnate da artistiche etichette, a sofisticate confezioni regalo; dal boccale e dagli anonimi bicchieri sul banco delle osterie, agli artistici bicchieri studiati per esaltare le qualità organolettiche ed i suoi profumi.

 

Il vino, oggi, è divenuto foriero della storia, della cultura e della tradizione del territorio di produzione. I fattori pedoclimatici del territorio e la tecnica colturale influenzano profondamente le sue caratteristiche qualitative come ciò non si verifica per nessun altro prodotto della terra.

Bibliografia

La vite e l’uomo: storia, cultura, scienza (Prolusione) – Prof. Piero Luigi Pisani Barbacciani

Articolo di Elisabetta Massi

FLORA TOSCANA al fianco delle Donne

FLORA TOSCANA AL FIANCO DELLE DONNE

Flora Toscana aderisce a “Salute in Comune”

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Visite senologiche GRATUITE a Pescia

Flora Toscana, in collaborazione con altri imprenditori e professionisti del territorio, ha contribuito a finanziare una importante iniziativa patrocinata dal Comune di Pescia denominata “Salute in Comune” e che offre la possibilità di visite senologiche gratuite per la prevenzione del tumore al seno.

L’iniziativa è rivolta alle giovani donne dai 20 ai 44 anni, residenti a Pescia e dunque non comprese nel sistema di screening che normalmente comprende la fascia 50/69 anni.

Ogni anno in Italia circa 50.000 donne sono colpite dal tumore al seno, il 41% delle quali al di sotto dei 50 anni di età, ecco perché la prevenzione precoce è fondamentale.

Nel prossimo mese di Settembre,  in Piazza Mazzini a Pescia, sarà predisposta una clinica mobile attrezzata di ecografo e mammografo e sarà possibile usufruire, previa prenotazione, di visite senologiche GRATUITE con ecografo e mammografo di ultima generazione, effettuate da uno staff medico di specialisti che garantiranno competenza e professionalità.

Come prenotare: contattando il numero verde, il servizio è già attivo *

Flora Toscana, insieme per la prevenzione del tumore al seno!

*fino ad esaurimento posti disponibili.

Proteggere le Colture di Pomodoro: Strategie per Combattere la Tuta Absoluta

Proteggere le Colture di Pomodoro:

Strategie per Combattere la Tuta absoluta

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Tuta absoluta o fillominatrice del pomodoro

L’importanza della coltivazione del pomodoro in Italia ci porta a considerare un grosso problema da cui bisogna difendere le colture sia di pomodoro che delle solanacee coltivate in serra.

Da oltre un decennio chi coltiva pomodoro in serra si trova a dover fare i conti con un temutissimo insetto che nel giro di pochi giorni è in grado di portare alla rovina interi raccolti.

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Diffusione

Si tratta di Tuta absoluta, un microlepidottero proveniente dal Sud America. Nel 2006 è giunta nel Bacino del Mediterraneo facendosi segnalare prima in Spagna nel 2007 e poi in Algeria, Marocco e Corsica nel 2008.

In Italia le prime segnalazioni ufficiali risalgono al 2009 anno in cui si considera diffusa in più regioni: Calabria, Campania, Sardegna, Liguria e Sicilia.

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Informazioni sul ciclo biologico dell’insetto

È una specie legata prettamente alle solanacee, sia spontanee che coltivate; tra queste ultime sono particolarmente appetite il pomodoro, seguito da melanzana, peperone e patata. L’adulto, di colore grigiastro è lungo meno di un centimetro.

L’ ovideposizione ha luogo sulla parte aerea della pianta, prevalentemente sulla pagina inferiore delle foglie. Ogni femmina depone fino a 250 uova, che impiegano mediamente 5 giorni per schiudere. Le larve penetrano nelle foglie formando mine irregolari e vescicolose. I bruchi possono attaccare anche i frutti della pianta ospite, producendo gallerie e riducendo la capacità fotosintetica della pianta e debilitando l’intero organismo. Quest’ultimo è il danno che ci interessa maggiormente, i frutti possono essere attaccati in ogni stadio di crescita.

La larva impiega 11-20 giorni per completare lo sviluppo. L’incrisalidamento può avvenire sia sul terreno che sulla pianta stessa (all’interno delle mine e sugli organi attaccati), in un bozzolo formato da pochi fili sericei; la durata di questa fase va da 6 a 10 giorni. Nei paesi di origine compie 10-12 generazioni all’anno, nel sud Italia non meno di 7-8 generazioni l’anno. Sverna allo stadio di pupa, larva o anche adulto.

Consigli da tener presente per una valida strategia di controllo

In coltura protetta i danni alle piante di pomodoro sono più ingenti rispetto alla coltivazione in pieno campo per il fatto che in serra si verificano condizioni ambientali che favoriscono il ciclo biologico dell’insetto.

Di seguito qualche consiglio utile per una valida strategia di controllo dell’insetto in serra.

  1. Utilizzando reti antinsetto a maglia molto stretta lungo i laterali si contribuisce a tenere lontani gli adulti di tignola come anche altri insetti parassiti del pomodoro.
  1. È consigliabile posizionare all’interno della serra, subito dopo il trapianto, delle trappole per monitorare la presenza dell’insetto e l’andamento dei voli degli adulti, in modo da valutare la convenienza di interventi con prodotti insetticidi.

È utile l’impiego di trappole per la cattura massale, volte a tenere bassa la popolazione con i feromoni che attirano e catturano gli esemplari maschi di Tuta absoluta.

Anche le trappole cromotropiche di colore nero che vengono poste nella parte bassa delle coltivazioni hanno una buona efficacia di cattura massale.

  1. Esistono diversi prodotti ad azione insetticida registrati su pomodorocontro absoluta.
  • Di seguito i principi attivi ammessi anche in biologico:
  • Spinosad
  • Azadiractina A
  • Sali potassici degli acidi grassi
  • Prodotti a base di Bacillus thuringiensissottospecie kurstaki e aizawai, un batterio sporigeno estremamente selettivo in grado di uccidere le larve di lepidottero quando ingerito e con residualità praticamente nulla quando le raccolte (in genere scalari e ravvicinate) non permettono l’utilizzo di prodotti chimici.

Tra i prodotti di sintesi esistono diverse molecole a comprovata efficacia nei confronti della tignola del pomodoro:

  • Clorantraniliprole – agisce sull’insetto per ingestione                                             
  • Emamectina benzoato – ha attività translaminare sul vegetale, agisce per ingestione sull’insetto
  • Metaflumizone – agisce sull’insetto per ingestione                                                                      
  • Spinetoramagisce sull’insetto per contatto ed ingestione                                                         
  • Tebufenozideagisce sull’insetto per ingestione                            
  • Ciantraniliprole – agisce sull’insetto per ingestione
  • Etofenproxagisce sull’insetto per contatto ed ingestione
  • Deltametrina – agisce sull’insetto per contatto ed ingestione                 

Allo scopo di evitare l’insorgenza di fenomeni di resistenza nei trattamenti è necessario alternare gli insetticidi con differente modalità di azione in modo da evitare che due generazioni successive di T. absoluta possano ricevere prodotti con lo stesso meccanismo di azione. Per una maggior efficacia i trattamenti vanno eseguiti possibilmente nelle ore crepuscolari, quando le temperature non sono troppo elevate e sono minimi gli effetti degradativi dei raggi solari. In queste ore è anche massima l’attività della Tuta absoluta, sia il volo degli adulti sia il movimento extra fogliare delle larve.

  • Antagonisti naturali. Ridotte infestazioni di tignola (fase iniziale del ciclo) possono essere contenute con l’impiego di miridi dei generi Macrolophus e Nesidiocoris, attivi predatori di aleurodidi ma anche di uova e larve appena schiuse di Tuta absoluta.

Al termine della coltivazione di pomodoro è sempre consigliabile rimuovere i residui colturali e bruciarli, nonché provvedere all’eliminazione delle erbe infestanti appartenenti alla famiglia delle solanacee.

Successivamente effettuare un metodo di disinfezione idoneo al fine di eliminare le forme svernanti di Tuta absoluta nel terreno.

La competenza di un tecnico saprà fornire i consigli adeguati per una corretta strategia di intervento.

Articolo di Elisabetta Massi
Immagini credits: http://ephytia.inra.fr/it/D/222

Assemblea ordinaria dei Soci – Bilancio d’Esercizio 2023

Assemblea ordinaria dei Soci – Bilancio d’Esercizio 2023

Si è tenuta ieri nella sala Smeraldo dell’albergo Villa delle Rose di Pescia l’Assemblea ordinaria dei Soci – Bilancio d’Esercizio 2023.

Un anno letteralmente portentoso, con un fatturato che sfiorato i 50 milioni di fatturato.

Oltre all’esame e all’approvazione del Bilancio dell’esercizio tanti sono stati gli interventi e i temi toccati, in primis il Fondo Sviluppo Soci. L’ottimo risultato del 2023 infatti ha portato un utile record per la cooperativa che ha superato gli 800.000 €, cifra che ci ha consentito di stanziare 300.000€ al  Fondo Sviluppo Soci.

Il Fondo Sviluppo Soci ricordiamo è uno strumento messo in atto dalla cooperativa nel 2018 per sostenere le aziende socie nell’innovazione produttiva, nella sperimentazione di nuove varietà vegetali, nelle certificazioni ambientali, prima fra tutte la Global Gap.

I responsabili dei vari settori hanno poi illustrato l’andamento del mercato del 2023 con uno sguardo ai primi mesi del 2024 e a quelle che sono le previsioni per il futuro.

E’ stato dato anche un cenno al percorso intrapreso quest’anno da Flora Toscana verso il suo primo Bilancio di Sostenibilità che sarà redatto in chiave volontaria nel 2025, su dati 2024.

Tra gli ospiti sono intervenuti il Sindaco di Pescia Riccardo Franchi, Marco Niccolai Consigliere Regionale, Sergio Soavi di Legacoop Toscana e Alberto Grilli Presidente di Confcooperative Toscana.

Storia e Diffusione degli Agrumi: dall’Antichità ai Giorni Nostri

Storia e Diffusione degli Agrumi: dall’Antichità ai Giorni Nostri

Il termine agrume deriva dal latino acrumen che significa acido. Questo termine si riferisce a piante appartenenti al genere Citrus della famiglia delle Rutaceae che producono un frutto a bacca (esperidio) a polpa acida.

Apprezzati in tutto il mondo gli agrumi sono il simbolo della cultura mediterranea, in particolar modo dell’Italia meridionale. Anche se coltivate per il consumo dei frutti gli agrumi hanno e hanno sempre avuto un ruolo decorativo dato anche dalla varietà di forme, profumi e sapori.

La loro grande diffusione è data dalla loro robustezza e dalla facilità di ibridazione che ha permesso di sviluppare molte varietà, alcune anche resistenti a particolari patologie.

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ORIGINE DEGLI AGRUMI

I diversi tipi di agrumi oggi conosciuti derivano da tre frutti: il cedro, il mandarino e il pomelo. L’origine dei tre frutti è quella di un progenitore comune nel sud-est asiatico. Con il trascorrere del tempo queste specie si sono differenziate grazie alla selezione naturale, a mutazioni spontanee, adattandosi all’ambiente e diffondendosi in luoghi più o meno prossimi a quelli d’origine. Successivamente, grazie all’uomo, questi processi si sono accelerati, le piante furono trasportate in nuovi territori lontani, coltivate e incrociate fra di loro, favorendo così la formazione di nuove specie e varietà.

Il cedro ha come luogo d’origine il nord-est dell’India e la Birmania, il pomelo il sud-est della Cina, l’Indocina e la Malesia, infine il mandarino sempre il sud-est della Cina. In queste aree geografiche questi agrumi crescono spontaneamente in forma di alberelli ed arbusti isolati.

…nel bacino del mediterraneo

Sebbene vi siano sempre state relazioni tra Oriente e Occidente anche nei tempi più antichi, i primi rapporti commerciali si stabilirono grazie alle conquiste di Alessandro Magno (356-323 a.C). Le sue campagne militari in Asia Minore, Egitto, Persia fino al confine con l’India permisero ai botanici di conoscere il cedro in Persia (attuali Iran e Iraq), regione in cui la sua coltivazione era abbastanza diffusa.

Alla diffusione della coltivazione del cedro contribuì molto il popolo ebraico, elemento centrale della Festa dei Tabernacoli o delle Capanne, una delle tre feste più importanti della religione ebraica; per questo un frutto molto ricercato e ben pagato.

… in Italia

In Italia gli agrumi sono presenti fin dai tempi dell’antica Roma come testimoniato da reperti famosi, primo fra tutti “La casa del frutteto” a Pompei (I secolo a.C.) dove, nei dipinti sulle pareti, figurano frutti simili ai limoni che ancora oggi si coltivano in quella zona.

Alcuni storici fanno risalire la presenza degli agrumi sulla penisola italica ai Greci, che li avrebbero introdotti nella Magna Grecia durante la dominazione.

La dominazione araba rappresenta sicuramente un’opportunità importante per la conoscenza degli agrumi e per il loro sviluppo nel nostro Paese. Nel periodo della loro massima espansione gli Arabi fecero notevoli passi avanti in tutte le discipline scientifiche e l’agricoltura ebbe un ruolo strategico nell’economia. In questa epoca furono migliorate le vecchie colture attraverso la selezione di varietà più produttive e lo sviluppo delle tecniche agronomiche.

Grazie all’abilità dei giardinieri persiani si abbellirono i giardini dei palazzi con alberi di agrumi che si integravano bene con l’architettura Bizantina, assumendo ben presto un valore decorativo di eccezionale importanza. Questo interesse è documentato da numerosi testi alcuni dei quali riportano molti dettagli sulle varietà conosciute: il cedro, l’arancio amaro, il limone e la lima, oggi nota col termine inglese lime.

I crociati svolsero un ruolo importante nella circolazione degli agrumi in Occidente, tanto che nei secoli XIII e XIV ebbero il periodo di massima diffusione in tutta Italia, nel sud della Francia e della Spagna. In particolare, per quanto riguarda il nostro Paese, si trovano testimonianze di giardini di agrumi in Toscana, Liguria e Lombardia (sul Lago di Garda), oltre che nelle regioni meridionali.

In tutto il Periodo Rinascimentale gli agrumi sono presenti nell’arte e nella letteratura italiana, ma anche nei giardini delle ville nobiliari dove avevano soprattutto scopo decorativo. A quell’epoca, infatti, le arance erano prodotte in Toscana in grande quantità, grazie anche alla famiglia dei Medici ed in particolare a Francesco I che fece moltiplicare le raccolte di agrumi e sviluppò la coltivazione degli agrumi in vaso, tecnica che permetteva di mettere al riparo le piante nei mesi freddi.

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Gli agrumi in Toscana

Quando si parla della storia degli agrumi in Toscana inevitabilmente si pensa ai giardini medicei del rinascimento in cui le spalliere dei melangoli e le conche dei limoni costituivano un elemento decorativo fondamentale.

Già alla fine del XIV secolo due umanisti, Giovanni Boccaccio e Coluccio Salutati, avevano rievocato nelle loro opere minori gli agrumi. La Villa di Castello di Cosimo I nella seconda metà del 1500 vedrà la più vasta collezione di agrumi di tutte le proprietà medicee. All’epoca di Giovanni de’ Medici gli agrumi erano generalmente coltivati in imponenti spalliere, in modo che le superfici murarie dei terrazzamenti trattenessero e rilasciassero il calore.

La testimonianza più spettacolare della coltivazione degli agrumi a spalliera è senza dubbio rappresentata dal giardino che Cosimo II fece costruire nell’ambito dei lavori del Giardino di Boboli, avviati nel 1612. Per volontà di Cosimo II, oltre alla realizzazione di due spalliere, fu costruita la prima grande “stazione per vasi” all’interno del Giardino di Boboli. Si trattava di un ampio stanzone di scarsa qualità architettonica in cui venivano ricoverati i vasi durante l’inverno.

Cosimo III, studioso ed appassionato di botanica, contribuì notevolmente allo sviluppo della cultura degli agrumi nei giardini medicei. Gli abili giardinieri di Cosimo III si cimentarono in incroci e mutazioni per creare varietà sempre più suggestive nel colore e nella forma, spesso con l’intento di dare origine ad esemplari deformi. Era infatti divertimento degli aristocratici dell’epoca procurarsi tutto quanto potesse apparire raro o curioso per inserirlo nelle loro immense collezioni.

Dopo la perdita del potere da parte dei Medici, l’importanza ed il valore della loro prestigiosa collezione di agrumi venne compresa da Pietro Leopoldo di Lorena. A lui si deve la realizzazione di una serie di interventi di restauro e riorganizzazione del Giardino di Boboli, i quali compresero anche la costruzione della nuova grande Limonaia. Ancora oggi possiamo trovare testimonianze tangibili di questo culto degli agrumi in età rinascimentale anche in varie ville lucchesi.

Anche nel territorio più prossimo all’autrice, la Valdinievole, gli agrumi hanno una storia interessante che si incentra in particolar modo su Buggiano Castello.

Il colle di Buggiano è un colle di media altezza, protetto a nord dai rilievi preappenninici in posizione soleggiata, al di sopra della linea delle nebbie, e trova dinanzi a sé il Padule di Fucecchio, formidabile strumento termoregolatore del clima. La presenza di quest’area umida, la più grande palude interna d’Italia, ha permesso lo sviluppo della floricoltura nella Vallata del fiume Pescia ed è all’origine della diffusa presenza di agrumi sulle pendici collinari di tutta la Valdinievole, agrumi che neppure le occasionali gelate hanno soppresso.

Sul colle di Buggiano le case dei contadini erano tutte riunite sotto il castello. In questo contesto non era difficile trovare piccoli orti annessi alle case con lo scopo di contribuire alle immediate esigenze domestiche.

In questi orticelli di Buggiano si coltivava una quantità notevole di melarance ed altri agrumi. Nel 1400 tali coltivazioni erano così frequenti nel castello ed i raccolti talmente abbondanti che i frutti si vendevano anche al mercato settimanale del Borgo. Ciò significa che le piantumazioni e le tecniche di coltivazione erano ormai consolidate da tempo. Sappiamo inoltre, da altre fonti di archivio, che anche nei vicini territori lucchesi gli aranci erano apprezzati e coltivati fin dal secolo precedente.

Queste coltivazioni si sono protratte nel tempo nelle splendide ville della Lucchesia caratterizzate tutte dalla presenza di ampie limonaie dove le piante venivano ricoverate in inverno. Ancora oggi si possono ammirare bellissime limonaie nelle note ville Grabau, Manzi, Torrigiani e Villa Garzoni che apre il suo giardino sul famoso parco di Pinocchio a Collodi.

Il limone è quello che tra gli agrumi si coltiva di più perché, meglio di ogni altro, tollera bene la coltivazione in vaso dove produce il maggior numero di frutti.

È evidente che la presenza di agrumi coltivati in vaso presuppone necessariamente l’opera di un esperto che si presti alla manutenzione e ne guidi lo sviluppo in forme specifiche. Per questo i proprietari delle limonaie chiamarono a governare questa complessa ed affascinante realtà i più abili dei loro contadini: nacque una nuova figura professionale ovvero il contadino-ortolano-giardiniere cui venne affidato questo delicato compito.

Gli agrumi oggi

Attualmente gli agrumi si coltivano in più di un centinaio di paesi con clima tropicale e subtropicale e la produzione è di circa 150 milioni di tonnellate.

La coltivazione è destinata prevalentemente alla produzione di frutti per il consumo fresco. L’ agrume più richiesto è l’arancio seguito da limone, pompelmo e pomelo.

La Cina ha il primato della produzione con circa 40 milioni di tonnellate/anno, seguita da Brasile, India, Messico e USA. Nel bacino del Mediterraneo la spagna è il primo produttore con 7 milioni di tonnellate, a seguire Egitto e poi l’Italia con 3 milioni di tonnellate per 140.000 ettari di superficie. In Italia la produzione si concentra nelle regioni meridionali con la Sicilia che detiene i due terzi della produzione nazionale, seguita dalla Calabria (circa un quarto).

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Articolo scritto da:

Elisabetta Massi
Ringrazio di cuore Pietro Porciani per il suo prezioso contributo alla stesura di questo testo.

Foto di: https://villegiardinimedicei.it/giardino-di-boboli/

 

Un omaggio a Paolo Batoni: gli studenti riqualificano un’area verde a Pescia

Un omaggio a Paolo Batoni: gli studenti riqualificano un’area verde a Pescia

Si sono conclusi i lavori di riqualificazione delle due aree verdi di Pescia poste all’interno dell’ex mercato dei fiori che prossimamente tornerà alla cittadinanza. Il progetto, legato alla prima Borsa di Studio – a.s. 2023/24 – istituita da Flora Toscana in collaborazione con l’Istituto Tecnico Agrario di Pescia Dionisio Anzilotti in memoria dell’ex-presidente Paolo Batoni, ha riguardato appunto la riqualificazione di due aiuole situate nell’ex Mercato dei Fiori di Pescia.

Gli studenti vincitori e protagonisti di questa impresa sono:  Gabriele Chelini, Aurora Fanucchi, Giacomo Sodini, Gioele Canciani e Anita Marcantonio della Va A – indirizzo Gestione dell’ambiente e del territorio.

I ragazzi sono stati supportati dai docenti Matteo Gentili e Sara Michelotti e da Flora Toscana attraverso la fornitura del materiale necessario.

Il progetto vincitore è stato esaminato, insieme agli altri presentati, da una commissione di valutazione, presieduta dalla professoressa Ambra Iannotta (docente di Genio rurale), dall’assessora alla Pubblica Istruzione Alina Coraci, dal docente di Produzioni Vegetali Francesco Ercolini e dai tecnici di Flora Toscana Luca Quilici e Alessandro Martini. In palio per il progetto vincitore un premio di mille euro, da dividersi tra i componenti della squadra vincitrice. Il premio è stato consegnato durante la manifestazione Naturalitas che si è tenuta lo scorso 13/14 Aprile 2024.

Un’iniziativa che onora la memoria di Paolo Batoni e che rappresenta un esempio concreto di come i giovani possano contribuire a migliorare il proprio territorio.

L’apertura dell’ex mercato dei fiori è prevista entro la fine di questa estate.

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Guarda il video della premiazione della 1° Borsa di studio a Naturalitas

Piante grasse: cosa si intende per piante grasse?

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Piante grasse: cosa si intende per piante grasse?

Per “piante grasse” o più propriamente succulente si intende un’ampia varietà di piante che appartengono a diverse specie botaniche. Nella loro storia evolutiva hanno in comune l’essersi specializzate attraverso un forte adattamento morfologico e fisiologico per sopravvivere in ambienti diversi, frequentemente ostili, spesso aridi.

In botanica il termine “succulente” si riferisce a piante che sono in grado di trattenere i liquidi. Non costituiscono una famiglia ben distinta ma comprendono oltre 20.000 specie appartenenti ad oltre 60 famiglie di piante diverse. I cactus o Cactacee sono una delle famiglie appartenenti alle succulente. Hanno sviluppato degli adattamenti per poter sopravvivere in condizioni ostili. Le foglie si sono trasformate in spine per minimizzare la superficie esposta all’evaporazione e a fornire una difesa contro i predatori. Costituiscono un vero esempio di evoluzione e una peculiarità del regno vegetale rappresentato dal fatto che la fotosintesi clorofilliana avviene nel fusto.

Le piante grasse occupano quasi ogni tipo di habitat terrestre: deserti caldi, deserti freddi, praterie, boschi ombrosi, foreste pluviali e zone alpine. Infatti, nonostante sia vero che le piante grasse necessitano di meno acqua rispetto ad altre specie vegetali e che possiedono un’alta resistenza alle condizioni avverse, sia per quanto riguarda il terreno che il clima, solo alcune di loro provengono realmente da climi desertici in quanto la maggior parte delle specie succulente proviene da altri ambienti, quali ad esempio savane e steppe, ambienti situati ai margini dei deserti veri e propri.

Ambienti caratterizzati da precipitazioni annue più elevate dei veri e propri deserti, luoghi in cui le precipitazioni avvengono con una elevata stagionalità, in un ambiente caratterizzato da temperature elevate e da forte irraggiamento solare e in presenza di scarsa vegetazione arborea.

“Piante grasse” che amano il freddo

Questa è una curiosità che non tutti sanno… Alcune piante grasse sono in grado di sopravvivere a temperature rigide o a brevi gelate. Sono specie sempreverdi che sono in grado di prosperare in condizioni di alta umidità e temperature basse. Tra queste l’aloe e l’agave americana possono vivere al freddo.

Fisiologia delle piante succulente

Si parla di piante che si sono dovute adattare e per far questo hanno trasformato i loro tessuti (foglie, fusto, radici) per poter sopravvivere a lunghi periodi di siccità e per immagazzinare una grande quantità di liquidi da utilizzare quando l’ambiente non è in grado di assicurarne a sufficienza.

I tessuti parenchimatici, in questo caso parenchimatici acquiferi, cioè i tessuti che si trovano al di sotto dei tessuti tegumentali esterni e circondano tutti gli altri tessuti (specialmente meccanici e conduttori) si sono adattati e, nelle piante succulente, sono costituiti da cellule con una cuticola molto spessa, di dimensioni molto grandi, che hanno la capacità, grazie alla presenza nel vacuolo di materiali mucillaginosi allo stato colloidale, di trattenere l’acqua.

Accanto alle trasformazioni dei tessuti le succulente hanno messo in atto un adattamento fotosintetico con il metabolismo CAM (Crassulacean Acid Metabolism) ovvero un sistema che consente alla pianta di svolgere la fotosintesi limitando al massimo le perdite di acqua. Le fasi della fotosintesi sono separate sia spazialmente che temporalmente. Di giorno gli stomi vengono chiusi e aperti duranti la notte per ottimizzare il risparmio idrico.

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Perché le “piante grasse” sono così diffuse?

Le piante grasse incontrano il gusto di tutti e sono da sempre utilizzate come piante da ufficio o comunque da interni grazie alla grande varietà e alla loro resistenza. Alcune sono molto piccole e possono fungere da veri e propri complementi d’arredo.  La cura delle piante grasse è molto semplice, anche per i meno esperti. Inoltre, le piante grasse attirano meno parassiti, proprio a causa della loro minore necessita di irrigazione e poiché le loro foglie, spesse e carnose, sono più difficili da penetrare. Hanno bisogno di poca acqua che prediligono in quantità abbondante poche volte anziché poco e spesso. Le loro foglie sono infatti in grado di trattenere acqua ma non di espellerla quando è troppa.

La coltivazione delle piante grasse

Le piante grasse prediligono un substrato mediamente fertile ma soprattutto leggero e ben drenante, in grado di permettere il rapido sgrondo delle acque in eccesso. In effetti i danni maggiori per le piante grasse sono dovuti ad accumulo di acqua nel substrato.

La nutrizione delle succulente prevede interventi nelle stagioni intermedie con concimi completi NPK nel rapporto 1-0,5-2 con eventuali apporti moderati di calcio.

Avversità delle piante grasse

Insetti

Cocciniglie – I principali nemici delle piante grasse sono le cocciniglie. Si tratta della cocciniglia cotonosa, che si manifesta come ammasso biancastro ceroso e appiccicoso sotto cui si nascondono gli insetti adulti, e la cocciniglia a scudetto, visibile sotto forma di piccole incrostazioni circolari, dure e di colore bianco-grigio o bruno-rossastro. Le piante attaccate dalle cocciniglie subiscono prima decolorazioni e ingiallimenti delle parti verdi per sottrazione di linfa e poi disseccamenti superficiali dei tessuti e generale deperimento. In seguito, ciò può favorire lo sviluppo di melata e di fumaggine. Si sviluppano prevalentemente sulle piante troppo irrigate o in quelle posizionate nei luoghi poco luminosi.

Larve di lepidotteri – Fuoriescono dal substrato in primavera ed inizio autunno intensificando la loro attività trofica di erosione dei tessuti carnosi e teneri. La loro presenza può essere dovuta all’impiego di terricci di scarsa qualità o già utilizzati per altre piante dove l’insetto era presente allo stadio di uova.

Acari o ragnetti – si rinvengono solo su piante succulente dotate di foglie carnose in cui si possono notare delle piccole punteggiature argentate o brune. In caso di forti attacchi le parti verdi subiscono decolorazioni e deformazioni con conseguente deperimento vegetativo, soprattutto su piante giovani.

Malattie fungine

Botrite – Tra le malattie fungine che possono colpire le piante grasse si ricorda la botrite ovvero un processo localizzato di marcescenza con tessuti ricoperti di muffa grigia. La sitomatologia si manifesta in seguito a ferite di varia origine, in presenza di elevati tassi di umidità ambientale. Anche eccessivi apporti di acqua irrigua contribuiscono ad aumentare i sintomi.

Marciumi radicali – I sintomi compaiono nei tessuti di pianta a contatto col substrato che ingialliscono e diventano molli. Successivamente tutta la pianta rammollisce e si affloscia a terra oppure si distacca dal substrato in quanto le radici, ormai degenerate, non garantiscono più un sufficiente ancoraggio.

Articolo di Elisabetta Massi

Difesa dell’Olivo: come proteggere l’oliveto dall’azione dannosa della mosca

La mosca dell’olivo è l’insetto più importante da cui difendersi nel bacino del Mediterraneo, sia in olivicoltura da olio che da tavola, a causa delle perdite qualitative e quantitative che è potenzialmente in grado di causare alla produzione.

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE DELL’INSETTO

La mosca è un dittero tefritide che vive sull’olivo e sull’olivastro. L’adulto, di circa 4-5 mm, ha il capo globoso e giallastro con occhi verde-bluastro, ali trasparenti e iridescenti con una piccola macchia all’apice. L’addome è castano chiaro con macchie più scure. La femmina ha un ovopositore formato dagli ultimi segmenti addominali e terminante con un aculeo. Il maschio ha un addome arrotondato all’estremità. L’uovo è bianco, opaco, fusiforme, lungo circa 0,8 mm. La larva è di forma conica, apoda, bianca che arriva a misurare 6-7 mm a maturità. La pupa è a forma di bariletto, di colore bruno con leggere solcature trasversali e misura circa 4-5 mm. La mosca dell’olivo trascorre l’inverno come pupa nel terreno.

Ciclo biologico

Gli adulti della mosca compaiono in primavera utilizzando le olive rimaste sulle piante dall’anno precedente come substrato riproduttivo e fonte di alimentazione.

La prima generazione che colpisce le nuove olive inizia più o meno dalla fine di maggio alla fine di giugno (in relazione all’andamento climatico e all’areale), in un periodo che generalmente coincide con la fase fenologica dell’indurimento del nocciolo. La coincidenza dell’inizio delle nuove deposizioni con questa fase fenologica non è comunque una regola ferrea poiché si verificano casi in cui le ovideposizioni iniziano in anticipo anche di una decina di giorni.

Ogni femmina depone solitamente un solo uovo in ogni oliva e può arrivare ad infestarne alcune centinaia. Nei periodi di forte presenza dell’insetto non è però raro trovare olive con 7-10 o più punture di ovideposizione. La puntura appare come una macchia triangolare brunastra lunga 1-1,5 mm, che presenta una fessura a mezza luna alla base.

Dall’uovo, dopo qualche giorno di incubazione, esce la larva. Le larve hanno 3 stadi di sviluppo e crescono alimentandosi della polpa dell’oliva formando una galleria che inizialmente è filiforme e superficiale, poi si approfondisce e aumenta di volume. La larva di terza età scava nella drupa una camera a ridosso del nocciolo e realizza una galleria di 1,5-2 mm di diametro verso l’esterno, lasciando però intatto l’ultimo strato di epidermide dell’oliva. La larva di terza età si impupa nella camera e l’adulto sfrutta la galleria scavata dalla larva per uscire. Il numero di giorni necessari per completare il ciclo varia durante l’anno principalmente in funzione della temperatura. In estate può essere considerato di circa 30 giorni, di cui circa 2-5 trascorsi allo stadio di uovo, 10-12 allo stadio larvale e 15-18 allo stadio di pupa. Sotto i 7-8 gradi centigradi si arresta lo sviluppo delle uova, sotto i 10 gradi quello delle larve. Durante l’estate e soprattutto in luglio-agosto, periodi più o meno lunghi caratterizzati da alte temperature (sopra i 30-33°C) e bassi livelli di UR (≤ 60%), possono provocare la morte di quote consistenti di uova e giovani larve.

Le popolazioni di mosca aumentano generalmente in misura molto consistente in settembre-ottobre ovvero nei mesi prossimi alla raccolta, determinando un danno economico sia a causa della cascola tardiva, sia per i processi ossidativi che interessano la parte di oliva con foro di uscita praticato dalla larva per andarsi ad impupare nel terreno o per permettere lo sfarfallamento dell’adulto dopo lo stadio pupale formatosi nella galleria. In questo caso, in particolare per i produttori in regime di “agricoltura biologica”, è fortemente consigliato di avviare la raccolta già a fine settembre-primi di ottobre e di effettuarla il più rapidamente possibile. In questo modo si prova a contrastare le popolazioni autunnali di mosca e di prevenire o limitare le ovideposizioni e il conseguente sviluppo delle larve.

DANNI

I danni causati dalla mosca olearia sono dovuti alle gallerie scavate dalla mosca e sono sia di tipo quantitativo che qualitativo. Il danno quantitativo è dovuto alla sottrazione della polpa (e quindi dell’olio) da parte delle larve della mosca e al fatto che queste olive marciscono e cadono a terra anticipatamente.

Il danno qualitativo è causato dalla presenza di aria e di acqua nella polpa dell’oliva. Ciò favorisce l’ossidazione dell’olio e il conseguente aumento dei perossidi nell’olio e le fermentazioni dovute a batteri e funghi aumentano l’acidità. Le olive così danneggiate hanno la necessità di essere lavorate prima.

DIFESA

Le attuali normative si fanno sempre più stringenti; attualmente rimangono pochi prodotti chimici utilizzabili nella difesa integrata. Ciò richiede una gestione più attenta del monitoraggio della mosca e conseguentemente dei trattamenti.

Per effettuare un efficace controllo dell’insetto cercando di contenere il più possibile i danni è consigliabile tenere in considerazione i seguenti punti:

  • Tenere in considerazione i dati del Bollettino del Servizio Fitosanitario della Regione di interesse che possono essere un valido ausilio per effettuare trattamenti mirati nell’ottica di una difesa sia biologica che integrata.
  • Il monitoraggio della presenza della mosca è utile per valutare i picchi di volo e stabilire il primo trattamento contro gli adulti:
  1. A partire dal mese di maggio posizionare da 1 a 3 trappole cromotropiche o a feromone per ettaro di oliveto;
  2. Effettuare un controllo settimanale verificando la presenza di adulti di mosca sulle trappole;
  3. Monitorare i “voli” fino a settembre.
  • Da integrare al monitoraggio dei voli è il monitoraggio dell’infestazione delle olive:
    1. Campionare 100-200 olive verificando la presenza di uova, larve di prima, seconda e terza età, pupe e fori d’uscita
    2. Effettuare tale controllo settimanalmente a partire da luglio fino alla raccolta.
  • Il grado di infestazione serve a stabilire la soglia di intervento per effettuare i trattamenti:
    1. 1-2% per trattamenti preventivi
    2. 4-10% per trattamenti ovicidi-larvicidi

Da tenere in considerazione che in caso di alte temperature e bassa umidità relativa la mortalità delle uova e delle larve di mosca è elevata. Pertanto, bisognerà mettere in conto meno trattamenti.

IN AGRICOLTURA BIOLOGICA

Nel caso di agricoltura biologica i prodotti utilizzabili sono:

  • Rame (persistenza 20 giorni in assenza di piogge dilavanti) – ha azione repellente nei confronti degli adulti, riduce l’ovideposizione poiché provoca l’indurimento dell’epicarpo e può avere una certa azione insetticida nei confronti delle larve giovani. Da applicare a tutta chioma.
  • Caolino (circa 2-3 settimane in assenza di piogge dilavanti) – ha, come il rame, le stesse caratteristiche di repellenza e anti-ovideposizione nei confronti degli adulti. Ha azione preventiva ma, a differenza del rame, non è un prodotto fitosanitario per cui non ha alcun intervallo di sicurezza.
  • Zeoliti – minerale di origine vulcanica estratto da giacimenti naturali. Agisce come barriera naturale prevenendo l’ovideposizione delle femmine di mosca.
  • Beauveria bassiana – le spore di questo fungo, una volta distribuite sulla superficie dell’oliva, svolgono un’azione di repellenza all’ovideposizione per cui ha un’azione preventiva. È fondamentale effettuare una bagnatura omogenea della chioma.

Su ampie superfici si consiglia l’impiego di:

  • Trappole del tipo “attrai e uccidi” (attract & kill) – Questi dispositivi attraggono gli adulti tramite feromoni e/o una fonte alimentare per poi ucciderli successivamente per ingestione (con esca avvelenata) o per contatto (con la superficie del dispositivo di solito trattata con insetticida).
  • Spinosad + esca – il prodotto è costituito da un’esca alimentare insieme a Spinosad, sostanza derivante da tossine prodotte da un batterio. La miscela va applicata su porzioni di chioma e sul 50% delle piante, alternando le file o le piante trattate.
  • Trappole per cattura massale – sono dispositivi in plastica attivati con un attrattivo alimentare e/o con un feromone e trattati all’interno con un insetticida piretroide. Vengono appese alle piante tramite un gancio. Il coperchio trasparente consente all’operatore di verificare le catture senza mai entrare in contatto con la sostanza insetticida, la quale rimane all’interno della trappola senza disperdersi nell’ambiente.

…E PER LA LOTTA INTEGRATA

Per quanto riguarda i mezzi di controllo in olivicoltura integrata sono ammessi i seguenti principi attivi:

  • Acetamiprid – principio attivo che appartiene al gruppo dei neonicotinoidi. Agisce prevalentemente per ingestione, caratterizzato da attività citotropica-translaminare (penetra nelle drupe) ed elevata sistemia. Sono ammessi due trattamenti all’anno.
  • Flupiradifurone – appartiene alla famiglia chimica dei butenolidi. Agisce per contatto ed ingestione e per la sua attività citotropica esplica un’azione larvicida. È ammesso un solo trattamento all’anno.
  • Deltametrina e Lambdacialotrina – appartengono alla famiglia dei piretroidi ed agiscono per contatto ed ingestione. Sono ammessi come principi attivi presenti nei dispositivi tipo “attract & kill”.

Riassumendo quanto detto si ricorda di attuare un monitoraggio costante delle popolazioni di mosca per adottare misure preventive, tempestive e mirate. È necessario comprendere i cambiamenti climatici e adeguarsi a tali condizioni che possano influenzare l’ecologia e il comportamento della mosca.

L’ultimo accorgimento è quello di affidarsi alle conoscenze ed alle competenze di tecnici agronomi che possono dare validi consigli per proteggere i nostri oliveti, preservando la qualità delle olive e dell’ambiente che ci circonda.

Per maggiori e più dettagliate informazioni si consiglia la consultazione dei Bollettini del Servizio Fitosanitario della regione di interesse che forniscono linee guida con l’obiettivo di orientare olivicoltori e tecnici nella scelta delle misure di difesa nel rispetto della normativa vigente.

Articolo di Elisabetta Massi

Fotografie di Wikipedia.it